Meduse, parte seconda 
28 marzo 2008, 12:44 - Lifeguarding, Beach
Qualche estate fa capitò una cosa strana: per il mar Ligure passò una corrente molto calda, decisamente oltre la norma, le temperature si alzarono in maniera netta e per un lungo periodo un enorme branco di meduse decise di stazionare nel tratto di mare in fronte allo stabilimento. Per tre settimane fare il bagno fu davvero impossibile, l’acqua brulicava dei gelatinosi esseri, di tutte le forme, dimensioni, colori e intensità venefica. In tutte le spiaggie della zona, garriva al vento la bandiera rossa, ai bagnanti si suggeriva che era davvero pericoloso immergersi. Al Beach al contrario il capo-bagnino aveva deciso di non esporre nessun tipo di segnale, per non urtare la fragile sensibilità della clientela viziata e snob. Ma siccome il problema sussisteva ed era palese, i bagnini sottopagati dovevano rimanere tutto il giorno in barca, a retinare meduse e meduse e ancora meduse, dal mattino alla sera, dandosi il cambio a turno, quando uno era stanco subentrava l’altro e così via. Era un lavoro inutile e massacrante, compiuto sotto un sole estivo che gravava cocente e impietoso. Ore e ore trascorse a riempire conche e conche che man mano venivano scaricate a terra, il liquido urticante che colava a riempire il fondo della lancetta e i piedi che bruciavano, e poi le gambe, e si doveva fare attenzione a non grattarsi. E gli accenni di congiuntivite e la testa che girava e la stanchezza.

Per tre settimane le cose continuarono ad andare in questo modo. A dispetto del sacrificio e dell’energia profusa, il popolo balneare risultava esser comunque insoddisfatto e quasi offeso per la libertà natatoria che gli veniva preclusa e alla quale non potevan avere accesso. Infatti noi potevam raccogliere le meduse in superficie, ma quelle un profondità era davvero impossibile individuarle, specialmente quelle rosse e piccoline, perché ben mimetizzate e in costante movimento, sempre in balia del perpetuo moto ondoso. Di fatto il nostro era un lavoro di facciata, se pur enorme e continuo. Ai clienti a riva, i lifeguard ripetevano costantemente di fare attenzione o di usufruire della piscina. Un giorno arrivò in spiaggia una coppia di sposi novelli, io ero appena sbarcato a terra, sudato e sconvolto per la fatica e per il caldo: la fanciulla, piovuta dal nulla, mi chiese con candore se era possibile fare il bagno, la mia risposta fu ovviamente negativa e le spiegai le ragioni. Quella, probabilmente decisa a godersi il suo viaggio di nozze per come se l’era sempre immaginato, decise di non ascoltare i miei suggerimenti, attese che io fossi distratto e per trenta miseri secondi sotto la doccia a riprendermi un attimo, e si tuffò di testa, senza occhialini, nè maschere, né precauzioni. Si prese una medusa di quelle viola e ipertentacolate proprio in faccia, nell’occhio sinistro per la precisione. Udite le grida mi tuffai e la aiutai a rientrare: fu portata via da un’ambulanza, poiché necessitava di cure a base di cortisone. La neo-sposa si rovinò così il viaggio. La clientela fu unanime nel rifilare con somma austerità la colpa al sottoscritto, di fatto non avevo raccolto quella singola medusa, in un mare che ne era zeppo e grande doveva esser la mia vergogna, per l’errore e la mancanza. Ovviamente nessuno riconobbe la superficialità della povera ragazza, nemmeno la non curanza del capo-servizio, ostinato nel voler accontentare continuamente i bagnanti, a costo di danneggiarli.

Fondamentalmente sono gli italiani ad esser lamentosi, ipocriti e viziati: gli stranieri sono decisamente più alla mano, ruvidi e sportivi. Coscienti, della realtà intorno e dello stato naturale delle cose. Russi, inglesi, tedeschi, americani,non si curano dei pericoli ma nemmeno fanno storie a riguardo, anzi si divertono nell'affrontare le sfide: si tuffano, nuotano tranquilli, se urtano una medusa rientrano a riva e si fanno medicare ridendoci sopra e poi si ricacciano subito in mare. Lontanissimi dalle tragedie e dai racconti di sofferenza in cui invece si perdono gli italiani. I lombardi, specialmente. I migliori sono risultati essere due bambini canadesi, di origine russa. Fratello di nove anni e sorella di undici, che parlavano con estrema naturalezza inglese, francese e russo. I nobili rampolli italiani a giocare coi Pokémòn. I due venivano spesso con me in barca, mi aiutavano e si divertivano pure nel farlo, i genitori che ci filmavano durante le manovre di rientro a terra.
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Meduse, prima parte 
19 marzo 2008, 00:34 - Lifeguarding, Beach
Le meduse sono esseri antichi, arcani, meravigliosi, popolano gli oceani da migliaia di anni, sono tra i primi ad esser apparsi sulla terra: hanno saputo resistere a sconvolgimenti climatici e territoriali, differenziarsi in un sacco di specie, adattarsi ai vari di tipi di ambienti e di chimiche. Trasparenze inquietanti, meccanismi di difesa portati ad un livello di perfezione subdola ed efficace, tranelli a volte letali. L’evoluzione che affascina, posta dinanzi agli occhi. Sono creature eleganti, osservarle con la maschera, quando sono a mezz’acqua è quanto di più rilassante e piacevole per i sensi: il loro incedere è maestoso e lento, quasi regale. Esseri semplici e essenziali. Una delle tante prove della grandezza della Natura. L’uomo abita il pianeta da un tempo relativamente breve rispetto a loro, mi chiedo da sempre che diritto può avere il supponente e arrogante essere umano, per pretendere che in acqua non vi sia traccia di meduse. Quell’essere umano che oltretutto dovrebbe ricordarsi di appartenere alla terra ferma. Sfigato.

In uno stabilimento balneare normale è sicuramente difficile individuare seguaci di tale severa concezione naturalistica–evoluzionistica, tuttavia il bagnino-medio-standard può condurre una vita più o meno tranquilla. In caso di presenza dei melliflui esseri in mare, egli segnala ai bagnanti il pericolo, issando la bandiera rossa: non può impedire alla folla accaldata di gettarsi tra i flutti, ma può servirsi del segnale per comunicare che è pericoloso, in quel dato momento, entrare in acqua. Alle richieste di spiegazioni potrà rispondere poi con calma, portando le sue argomentazioni. Al massimo può capitare che gruppetti di bambini, per divertirsi e dar sfogo alla noia e al furore represso, decidano di salire su canotti e materassini, tutti armati di retini e secchielli, agguerriti e decisi nella caccia: tali sedute di pesca, inutilmente fruttuose, porteranno poi alla formazione di cumuli gelatinosi sotterrati sotto la sabbia o posti su qualche scoglio a liquefarsi sotto i raggi di un sole impietoso, per il fetido odore che poi va a divampare inesorabile. Ammoniaca e creme basiche pronte all’uso, per curare le bruciature e i lievi contatti.

Al Beach, come è ormai noto, le cose vanno sempre diversamente: la clientela snob e altezzosa paga prezzi molto alti e quindi, nella sua ignoranza e nella sua noncuranza, pretende a prescindere. Sono soprattutto le acide vecchiette, ingobbite e contorte, a esigere che in mare non vi sia traccia di meduse. In nessun modo, né vive né morte. Nemmeno un fantasmino, un ectoplasma, un gel. In quella che è la loro ottica alta e inconfutabile, un bagnino che si rispetti deve essere in grado di prevedere e controllare i movimenti di ogni singola medusa, di quelle che stanno a galla e anche di quelle che stanno in profondità e nemmeno sono osservabili. Un lifeguard vero deve conoscere il posizionamento dei branchi, i periodi di riproduzione, le correnti, le variazioni di temperatura e di marea, deve esser costantemente aggiornato e pronto. Neanche avesse a disposizione una stazione multimediale sotto l’ombrellone e l’ausilio di un centro idro-geologico. Il bagnino-schiavo è così costretto, obbligato perlopiù da un capo servizio menefreghista e debole, a salire sulla lancia di salvataggio tutte le mattine, armato di salaio e conca, per assolvere all’accurata ronda di controllo dell’ampio specchio d’acqua in fronte allo stabilimento. E obbligatoriamente deve occuparsene il dipendente, egli mai può avvalersi dell’ausilio dei candidi rampolli delle famigliole lombarde: le untuose mamme e i papà paganti danno per scontato che i propri pargoli per nulla al mondo possano abbassarsi ad attività tanto inadeguate, vili e sporche.

Il natante dovrebbe restar posizionato sempre a riva, pronto all’utilizzo in caso di un’emergenza o di un bagnante in difficoltà: all’interno, le dotazioni standard, secondo le ordinanze della capitaneria di porto: coppia di remi per lo spostamento, coppia di salvagenti con sagole, mezzo marinaio (un gancio, praticamente) e un terzo remo, di riserva. In una spiaggia qualsiasi, un piccolo gestore verrebbe pesantemente multato se scoperto ad utilizzare la lancetta di salvataggio per scopi secondari o non consoni. Il Beach invece fa parte di una grande catena di alberghi e chissà per quali astruse ragioni non riceve mai visite né controlli da parte delle autorità competenti. L’incolumità dei clienti viene così messa continuamente a repentaglio e per la stessa soddisfazione del popolo balneare. Ma anche per l’affondamento dell’equilibrio mentale e fisico degli stressatissimi bagnini.
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Palle incredibili 
7 marzo 2008, 15:58 - Bagnini
I turni dei bagnini del Beach durano dalle dodici alle tredici ore, non sempre il tempo è scandito da un’attività frenetica, numerosi sono i momenti di calma. Durante l’ora calda l’osservazione dei bagnanti è contornata dai numerosi discorsi al riparo del salvifico ombrellone. In quei lunghi e interminabili momenti i lifeguard si confrontano, scambiano opinioni e idee tra di loro, in attesa del tramonto e del via al riordino. Mattia Palestrato è una persona dalle notevoli potenzialità economiche e dall’enorme libertà d’azione: a dispetto di questo status fortunoso (che comunque sempre ostenta), è solito palesare una discreta insoddisfazione, raccontando continuamente di progetti ed esperienze, in maniera sempre colossale e spropositata, tanto da risultare sistematicamente esagerato. La negazione dell’umiltà. Capita così che il vanitoso ragazzo costruisca ad arte dei light motive a dir poco fantasiosi, alimentandoli di giorno in giorno con dettagli e particolari sempre nuovi. Una volta conosciuto il personaggio in questione, questi aneddoti all’inizio si rivelano quasi divertenti, ma fastidiosi alla lunga: quello è talmente orgoglioso da non accorgersi nemmeno di arrivare a varcare il limite, nemmeno ammette di poter non esser creduto. In sei stagioni Mattia ha narrato veramente qualsiasi cosa, ben al di là dell’immaginabile.

Ad esempio di voler entrare a far parte della legione straniera. Una volta raccontò di esser andato a prendere i moduli all’ambasciata francese e di aver chiesto informazioni, per sua stessa ammissione esaltato dai film visti sull’argomento in quel periodo. In effetti successivamente entrò in ferma breve nell’esercito, peraltro quando il servizio di leva già era stato tolto: dopo due soli mesi il padre, ex ufficiale, lo fece trasferire in un ufficio a pochi chilometri da casa; ciononostante resistette solamente altre dieci settimane, dopo di che lasciò le armi. Fu assai modesto quando si perse, per giorni e giorni, nello sfumare l’intenzione di suo padre di voler costruire, per la famiglia, una villa in Brasile, sulla spiaggia bianca, a pochi passi dal mare, sottolineando con cura il costo veramente basso dell’ipotetica operazione. Il papà avrebbe proposto al figlio di andare a vivere di rendita, al termine della costruzione, in quel paradiso, ma Mattia avrebbe rifiutato, perché troppo legato alla sua attività di bagnino schiavo. Epico il periodo dell’apoteosi ginnica, quando il rampollo si allenava e si dopava tantissimo ponendo nel mirino le insulse gare di body building: le serate trascorse in palestra erano allora saggi di sacrificio autentico, ove i magnifici eroi gonfiati si impasticciavano di brutto pompando senza fatica e fieri trascorrevano poi ore nel rimirarsi allo specchio. Sterminata la miriade di racconti a carattere sessuale, perlopiù inerenti le corna montate alla fidanzata di turno. Una serie di oscenità pazzesche, che non a caso gli valsero questo soprannome: “il Pacciani dei sentimenti”.
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Il Trasandato 
6 marzo 2008, 16:59 - Personaggi
Il Trasandato è un individuo sulla cinquantina, per nulla attento all’estetica. La camicia sgualcita e stropicciata, per lo più sporca di giorni e giorni e sudata. La forfora sulle spalle. Il costume griffato Ferrè, sempre lo stesso da anni e anni, macchiato in più punti, probabilmente mai lavato. Gli zoccoli in legno, la fibbia arrugginita. La sua macchina, solitamente parcheggiata sul marciapiede, cade letteralmente a pezzi: lo specchietto è rotto, la targa piegata, righe e bozzi su ogni lato della carrozzeria, i paraurti in frantumi. Una bolla pericolosissima sulla gomma anteriore destra, roba che a girare per le strade in quelle condizioni lo pneumatico può esplodere da un momento all’altro. Disordine totale all’interno dell’abitacolo, cartacce, fogli, oggetti vari.

A dispetto di questa sordida apparenza, il Trasandato è l’unico vero Signore della spiaggia. Egli è conosciuto da tutti gli imprenditorini e da tutte le famigliole, è un personaggio apprezzato, stimato, rispettato. Abile nuotatore, sempre è cordiale con noi bagnini, pronto al dialogo, comprensivo e attento alle sfumature tanto lavorative quanto umane. Si fa dare del tu e spesso nei pomeriggi assolati si presenta portandoci in regalo bevande ghiacciate e quantità industriali di focaccia. Unico in tutto lo stabilimento.

Per quella che può essere un’analisi di superficie, al Trasandato, detto in parole povere, nessuno oserebbe dare più di cinque lire. Eppure nei taschini dei suoi vestiti sdruciti, sono situati oggetti di valore, di volta in volta diversi, collier, pietre preziose, braccialetti, orologi. Una volta nel marsupio, addirittura teneva nascosto un lingotto d’oro. Ad un ladro o ladruncolo qualsiasi, mai verrebbe in mente di derubare un elemento del genere. Nessuno ha mai compreso del tutto la vera natura del suo business, in verità si ritiene che sia assai contorta. Di fatto i ricchi frequentatori del Beach comprano da lui a bassissimo costo e poi se ne vanno in giro la sera ostentando in passeggiata gioielli e luccichii vari. Questa è la vera signorilità a cinque stelle, che noi comuni mortali ammiriamo invidiosi e tristi.

Il Trasandato si piazza spesso vicino la nostra postazione e con noi chiacchiera e commenta gli ospiti, le scenette e le situazioni, collabora attivamente, sempre ci tiene aggiornati riguardo le ultime sul gossip dell’Ombrellone. A pieno titolo è membro onorario della squadra. Un giorno si presentò in piscina una ragazza molto appariscente, troppo appariscente in effetti. I tratti del viso erano inusuali, non eravamo convinti. Quando quella si piazzò sul suo lettino, il fedele Trasandato andò a controllare la situazione da vicino, passando lì davanti e osservando di sbieco: fece il giro e poi tornò indietro. Con espressione esausta ci comunicò poi che quella fanciulla era in realtà un lui.

Un’altra volta ancora arrivò con una tizia assurda, iper-truccata e dal fare iper-provocante, trecce bionde, scollatura, minigonna, calze colorate e tacchi a spillo. Era chiaro che doveva esser una di quelle. Lui ci ce ne diede conferma guardandoci fiero e mettendosi a ridere. Con una naturalezza disarmante la portò prima al bar e poi al ristorante, rendendo palese ciò che tanti altri personaggi, di solito, tentano di simulare e coprire. Provò addirittura a presentarla a Mattia Palestrato, quello esitò sulle prime, poi declinò la proposta, non del tutto certo della giustezza della scelta operata.
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Quasi accasato 
4 marzo 2008, 19:20 - Bagnini, Personaggi, Donne
Non tutti i clienti del Beach sono persone scorbutiche, inumane ed incivili. Una coppia Genovese, lui primario o giù di li e lei pure dottoressa, con il sottoscritto si è sempre dimostrata cortese, affabile e alla mano, una rarità comportamentale di livello assoluto in quell’ambientaccio. Marito e moglie, abitano tuttora nel condominio posto in fronte allo stabilimento e durante la stagione usufruiscono dell’accesso agli scogli, a cui ovviamente, come tutti, han diritto. Spesso noi bagnini li incrociavamo la sera prima di andare via, quando scendevamo alla terrazza a livello del mare per levare le pesantissime scalette al fine di metterle al riparo da possibili e perlopiù improbabili mareggiate notturne. Una faticaccia sempre inutile.

I due, dotati di uno spiccato accento Ligure, con noi son sempre stati disponibili a fare un minimo di dialogo. La prima volta che mi videro mi chiesero se ero nuovo, cosa facevo nella vita: mi fece davvero piacere riuscire a scorgere uno sprazzo di rapporto umano in quel luogo snob, altezzoso e finto: si trattava di una comunicazione molto di base, ma quei brevi scambi costituivano per me una vera e propria boccata d’ossigeno. Fin da subito mi presero in simpatia, forse colpiti dalla mia doppia vita di allora, universitario aspirante farmacista in inverno e bagnino sociopatico schiavizzato in estate. Era bello per me riconoscere un vago apprezzamento per quello che era il mio spirito di sacrificio di allora, veder riconosciuti i miei sforzi mi dava energia.

Una volta imprestai loro una maschera di quelle facenti parte dell’enorme mucchio degli oggetti smarriti, la utilizzarono per una settimana e quando me la restituirono mi regalarono una bottiglia di spumante, per sdebitarsi del gesto. Rimasi stupefatto. In compenso, la Cavallerizza, elemento di cui già ho parlato in un vecchio post, durante quei giorni riconobbe proprio quella maschera come sua e una bella mattina si mise a urlare accusando prima me e poi loro di avergliela rubata. L’episodio non ebbe seguito perché nessuno degnò di considerazione le invettive di quella pazza isterica.

Un pomeriggio la Moglie Dottoressa mi chiamò con ampi gesti: pensando che fosse successo qualcosa, rapidamente la raggiunsi agli scogli e quella invece mi presentò sua figlia: era una ragazza molto bella, dai capelli biondi e gli occhi verdi. Mi introdusse a lei con un’ampia premessa, io ero abbastanza imbarazzato, non mi aspettavo una cosa del genere, con molta naturalezza le raccontò di me dinanzi i miei stessi occhi. La fanciulla mi strinse la mano ma non si mostrò molto comunicativa. Sarà stata colpa del mio aspetto sudaticcio, stanco e trasandato ma quella non proferì parola. Dopo qualche minuto salutai e tornai al lavoro, totalmente galvanizzato da quel siparietto.

Quando incrociai la ragazza nelle giornate successive, quella purtroppo non mostrò l’interesse che forse la madre auspicava, dei velocissimi "ciao" e nulla di più. Fuggiva sempre. Tempo dopo sua mamma fu molto chiara nel dirmi: “Alessio scusami per l’altra volta, immagino di averti colto alla sprovvista…avevo pensato di presentarti mia figlia…io ci ho provato ma…”
Le risposi che è normale che le opinioni delle madri e delle figlie siano sempre opposte. Quella scoppiò in una bella risata. A onor del vero l’estate scorsa ho visto la biondina insieme ad un milanesino fichetto con l’erre moscia e il ciuffo ingellato. Ho capito allora di non essermi perso proprio nulla.

Non lavorerò più al Beach, ma spero un giorno di poter andare dalla coppia di medici a dar loro notizia di esser riuscito a finire la dannata università. Ci riuscirò?
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L'Orso e l'Olandesina 
29 febbraio 2008, 15:17 - Scenette
Estate 2004. Un pomeriggio arrivò in spiaggia una famigliola Olandese, madre, padre e figlia diciottenne. La loro carnagione era davvero chiara, dopo poche ore al sole già erano visibilmente scottati. Il papà, alto e fisicamente robusto, aveva un aspetto autoritario e un’espressione severa, osservava quasi ossessionato i movimenti della fanciulla. Quella, rossa di capelli, molto carina e all’apparenza vispa e ribelle, sulle prime non rimase un solo momento ferma, iniziò a gironzolare per lo stabilimento, guardandosi intorno con aria curiosa e occhio languido, per poi alternare sequenze di tuffi in piscina a brevi puccetti in mare. La mamma era molto elegante, era scesa dall’albergo avvolta nel suo accappatoio bianco iper-soffice; inforcati i suoi occhiali firmati e rimasta in costume, si piazzò sul suo lettino e iniziò quindi ad accarezzarsi la chioma fluente e lucente, desiderosa di essere ammirata, del tutto disinteressata al resto.

Ste detto l’Orso tra i bagnini è sempre stato il più lesto nel riconoscere le opportunità di conquista e nell’agire: anche quel giorno non a caso si era posizionato proprio in piscina, inarcato nella sua tipica posa da lifeguard eroico. Lui e la sedicenne rossa di capelli iniziarono quasi subito a scambiarsi rapide occhiate, quella fitta rete di segnali cerbiattosi preludio di un inevitabile avvicinamento. La madre era ormai immobile e ronfante sulla sdraio, il padre ancora controllava intorno, sospettoso. L’esimio collega ovviamente non osava fare il primo passo, la presenza del genitore a pochi metri incombeva funesta e terribile. Fu l’Olandesina a un certo punto a dirigersi veloce verso la terrazza a livello del mare: nel mentre fece un impercettibile cenno all’Orso. Quest’ultimo, mostrando un finto disinteresse attese qualche minuto, poi tutto contento e sorridente la raggiunse. Seduti sui gradini, al riparo di sguardi indagatori, chiacchierarono un poco e fecero conoscenza. Fu subito passione, Cupido inesorabile aveva scagliato i suoi dardi e infatti ci scappò il bacio.

Dopo un po’, forse intuendo le reazioni del papà, la fanciulla risalì in piscina: quello già si era alzato in piedi, innervosito e cupo. Quando la vide arrivare, ignaro di quanto accaduto si riaccomodò. Passato qualche minuto, tranquillizzatosi, entrò al bar per prendersi una birra: la ragazza colse l’attimo, fulminea corse da Ste e lo trascinò nei bagni. Ma quel luogo era troppo rischioso e pericoloso, perché frequentato dai clienti e dalle vecchiette, lui così la condusse nel sottopiscina interno, antro tranquillo e raramente visitato, il cui accesso è riservato solo al personale. Lì, tra ombrelloni ammassati, materassini sgonfi e altro materiale inutilizzato, i due lasciarono fluire l’energia e il calore.

Quando il padre tornò ai suoi lettini con la beck’s in mano, si rese conto di non avere più la figlia nel proprio campo visivo: la sua espressione si fece stizzita. Si sgolò la bottiglietta e come un vichingo iracondo, iniziò a girare per le terrazze, cercando dietro ogni angolo, sempre più nervoso. Io che cercavo di non ridere, Fabio Mao che osservava la scena allibito. Mattia Palestrato, captato il pericolo, scese nel sottopiscina per avvertire i due imboscati di quanto stava avvenendo. Spalancò le porte del vano gridando un internazionalissimo “Tranqui-tranqui aimmm affriend” e vide i due su una sdraio che si stavano scambiando calde effusioni. Nel ritrovarsi a pochi metri un elemento del genere e in quella situazione, la ragazza deve essersi anche presa paura. Aggiornata sulla situazione quella comunque si ricompose, si buttò sotto la doccia e ritornò in superficie, candida e serena spiegò poi al padre che era semplicemente andata a farsi una nuotata.

Il vichingo a quel punto si tranquillizzò. Forse per via dell’effetto sinergico di alcol, ansia e afa, finalmente si addormentò sulla sdraio. Per i due loschi amanti la via era finalmente libera, tornarono nel sottopiscina e li fecero tutto quello che dovevano fare. La famigliola si fermò in albergo una sola notte: da bravo maschio caparbio e ruvido, l’Orso non lasciò alla fanciulla né numero di telefono, né e-mail. La mattina successiva però, prima della partenza, lei scese a salutarlo, tutta commossa e imbarazzata. I genitori erano a fare colazione ovviamente, lontani. Ste allora si lasciò andare e mostrò la sua vera natura, quella delicata, sensibile e romantica. Si scambiarono un ultimo bacio davanti a tutti e con gli occhi lucidi si salutarono.
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Il Nazi e le modelle 
27 febbraio 2008, 13:24 - Personaggi
Il Nazi è uno dei clienti più curiosi del Beach. Rasato a zero, la pelata lucida e splendente, ben messo fisicamente, abbastanza grosso. Sempre abbronzato e vestito alla moda, sulla quarantina. Accento romano. Veniva al Beach ogni week end, telefonava al Principe dei mostri una mezz’ora prima di arrivare e quello gli teneva di volta in volta quattro sdraio in prima fila in terrazza, posizione comoda e privilegiata; il Nazi era solito presentarsi in compagnia di tre modelle, ogni volta diverse, praticamente alternava le tipologie: due more e una bionda, due bionde e una rossa, una mora una bionda una rossa, e così via. Una delle bionde era più o meno fissa, secondo i più si trattava della moglie e a onor del vero si trattava davvero di una bella ragazza.

Il Nazi mostrava sulla sua pelle sempre abbronzata, due tatuaggi molto vistosi: uno sul torace, raffigurante l’insegna con l’aquila romana, l’altro tra le scapole, due S messe in sequenza, proprio quelle, esatto, quelle tristemente celebri. Al di là del cattivo gusto, paradossalmente era uno dei pochi personaggi vagamente educati: con noi bagnini è sempre stato normalmente cordiale, in particolare Mattia Palestrato amava interloquire con lui di storie di esercito simulato e finta guerriglia. Personalmente, non lo consideravo. Nell’ambiente non risaltava più di tanto: si piazzava sul suo lettino, inforcava i suoi ray-ban d’ordinanza e stretto nei suoi costumini dolce&gabbana iper-attillati, si immergeva per ore e ore nella lettura della gazzetta dello sport, ignorando del tutto le bellissime fanciulle che si portava appresso. Non rivolgeva loro nemmeno uno sguardo. Nemmeno una parola. Burbero e autoritario.

Numerose son state le famiglie che sempre si son mostrate pronte e agguerrite nella critica al dipendente, attente alla piccolezze, alle sfumature, ai dettagli, pronte all’attacco anche personale nei confronti della persona che lavora, addirittura scrupolose nell’osservazione; mai si è visto un singolo cliente che si sia permesso anche solo di commentare quei simboli che il Nazi portava impressi sul proprio corpo: il popolo balneare difende a prescindere, il proprio stato elitario e di impunità, a costo di acquisire tra le proprie fila elementi quantomeno criticabili. E non penso si tratti di consapevolezza di quella libertà ideologica di cui ognuno deve sicuramente poter disporre, è ipocrisia bella e buona, se non debolezza, a dispetto di quella posizione sociale, che evidentemente non sottintende né autorevolezza, né saggezza, né oggettività.
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Briatore dei poveri 
25 febbraio 2008, 10:00 - Personaggi
Cliente abitudinario del Beach e dell’Hotel è un personaggio sui cinquantacinque che sempre si atteggia a novello Briatore, la chioma folta e argentata media lunghezza, il ciuffo ribelle sempre in bella mostra, la camicia slacciata col pelo in evidenza, la pelle abbronzata. Un insieme davvero brutto a vedersi. La camminata spavalda, i toni e i gesti quasi recitati, palesemente studiati con attenzione, valutati e pesati. Un’aura di falsità intorno che si percepisce tanto è densa. Lombardo, ostenta un’eleganza innaturale, una classe e una finezza nei modi in realtà del tutto assenti, l’accento fastidioso e marcato. Si accompagna sempre ad una trentacinquenne bionda della Rea Palus, una ragazza dal fare provocante, che lui spesso si trascina dietro quando si reca in beauty farm a rilassarsi. E spesso i due sono stati beccati in atteggiamenti molto più che equivoci, sui lettini per i massaggi, nella palestra, nella piscina interna.

Di lui si narra che abbia avuto numerossissime donne, quasi tutte a pagamento. Si aggira per i corridoi dell’albergo in inverno, e tra i lettini dei del Beach in estate, con fare tronfio, altezzoso, lo sguardo e l’atteggiamento di colui che può giudicare chiunque, neanche si trattasse di Zeus incarnato. Si tratta di uno di quegli elementi che pur non avendo titoli, né meriti, né storia, né posizione sociale, pretende a prescindere dalle persone che gli stanno intorno, non curandosi mai del proprio comportamento. Il Briatore dei poveri resta sistematicamente scioccato quando realizza che nessuno mai gli concede uno sconto, cosa che eppure lui sempre richiede e gran voce, battendo i pugni, come del resto la signorilità impone. Addirittura si offende pesantemente quando alla Reception, i portieri gli richiedono i documenti di quella che lui chiama “la sua compagna”, per l’ovvia registrazione, si tratta di una formalità normale, che egli rifiuta perché a suo giudizio inappropriata. Non a caso nella sua scheda personale c’è scritto e a caratteri cubitali che si tratta di un ospite tanto indesiderato quanto indesiderabile.

Ogni sua singola frase è una sottolineatura di quella che lui presume essere l’inferiorità altrui. Sempre è pronto alla critica feroce nei confronti del dipendente dei ranghi medio-bassi; noi bagnini non l’abbiam mai considerato più di tanto, l’abbiam sempre ignorato, perché uomo a nostro unanime giudizio, insignificante oltre che maleducato. Quello deve aver sempre percepito e patito la nostra mancanza di considerazione: nei discorsi a bassa voce scambiati di nascosto col popolo balneare, snob quanto lui, sempre ci ha attaccati, sempre ci ha additati come impiegati svogliati e poco professionali. Anche quando l’evidenza diceva il contrario, sempre lo si vedeva spettegolare con le vecchiette e le mamme annoiate, attento a non farsi scoprire, accorto e sistematico nel non dire mai nulla in faccia. Briatore dei poveri è uno di quegli elementi vuoti che non può fare a meno di frequentare determinati ambienti, perché legato alla necessità di far vedere, e a tutti i costi, di appartenere ad una data elite, egli dipende unicamente da quel tipo di vana consapevolezza, tutta apparenza, nessuna sostanza. La pura mancanza di oggettività, l’insoddisfazione autentica e mai riconosciuta, la disonestà.
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Gelati 
18 febbraio 2008, 11:59 - Scenette, Lifeguarding
In una spiaggia normale, il bagnino medio standard gode di una vita più o meno tranquilla, egli viene rispettato e tenuto in considerazione da clienti e capi, è una figura di riferimento e come tale viene trattata, giorno per giorno. Senza esagerare, di tanto in tanto il guardaspiaggia qualunque può approfittare dell’eventuale bar dello stabilimento, per una bibita ghiacciata, per un toast o per un caffè. Senza particolari problematiche o sensi di colpa. Può concedersi quelle piccole soddisfazioni nel momento del bisogno, per lavorare meglio, per poter essere sempre al top.

Al Beach invece il bagnino schiavo è sottoposto ad una rigida etichetta e mai può usufruire delle immense risorse di quella che eppure è una ricchissima catena di hotel di lusso, catena dal profitto annuale di milioni e milioni di euro. I ricchi clienti mai offrono alcunché a quei ragazzi che eppure restano ore e ore sotto il sole. L’idea non passa loro neanche per la mente. La dimensione umana è lontanissima.

L’albergo ci passa delle bottiglie d’acqua che teniamo in un vano chiamato sottopiscina esterno. Si tratta di un’acqua di fonte dal nome ridondante, acqua che però è pesante, spessa e altamente mineralizzata. Non è buona. Ma si tratta di un elisir comunque prezioso, caldo e fatica impongono il continuo recupero dei liquidi corporei. All’ora di pranzo possiamo usufruire della mensa del personale dell’albergo, ove i pasti sono sempre sostanziosi e per nulla adatti all’attività di un lifeguard. Per quei sontuosi gozzovigli, l’azienda decurta a ciascun sottoposto venti euro mensili dalla busta paga, quindi si tratta di neanche un euro per pasto. Considerando che su tale cifra l’albergo ha un netto margine di guadagno, mi chiedo quanto bassa possa esser la qualità dei prodotti dati ai dipendenti. Di solito io non andavo mai a mensa, mi portavo qualcosa da casa e mangiavo seduto comodamente nella mia cabina, all’ombra ristoratrice, senza vedere nessuno per una trentina di minuti. In quegli attimi di solitudine ritrovavo equilibrio e riallineavo le mie percezioni.

Una mattina il Barman della piscina fece l'errore della vita, errore che pagò a caro prezzo: fece portare un freezer nel nostro sottopiscina e in esso piazzò, bello tranquillo, una decina di cartoni: all’interno la riserva mensile dei gelati: cornetti, cremini, coppette e quant’altro. Fu Ste l’Orso ad accorgersene per primo, mi comunicò l’importante scoperta. Decidemmo di non parlare ai colleghi del segreto, altrimenti i gelati sarebbero spariti tutti e nel giro di pochi giorni. In due, comunque, ci difendemmo bene: in dieci giorni spazzolammo ben tre cartoni di gelati.

Dopo due settimane il Barman scese nel vano per prendere quei gelati, aveva finito la sua scorta e necessitava quindi di quelli che aveva messo da parte. Io e Ste ci scambiammo una rapida occhiata: “Ahia…” Quando uscì ci guardò sorridendo, disse solo che almeno avremmo potuto far la fatica di buttare via la scatole vuote.
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Barche che affondano 
15 febbraio 2008, 01:58 - Bagnini
Nucleo era il tipico bagnino spontaneo, un tipo molto semplice nei modi che in un ambiente plasticoso come un cinque stelle risultava esser un po’ troppo naturale, forse anche un po’ rozzo. Il soprannome gli derivava dall’impressionante somiglianza che aveva col “Nucleo” della fortunata coppia “Capsula e Nucleo”. Come il comico di Zelig, era caratterizzato da una folta chioma nera e riccioluta, barba lunga e baffetti. Una specie di pirata metropolitano. Era un armadio, uno sportivo sempre tonico ed attivo, amante dell’azione e del movimento. Era davvero poco attento alle piccolezze e ai dettagli, mal sopportava di doversi inquadrare nei canoni comportamentali propri di quello stabilimento: si prese una clamorosa dose di insulti da Carletto il giorno in cui un signore gli chiese un portacenere e lui gli rispose di spegnere la sigaretta in terra, sotto il lettino.

Fece peggio quando fu mandato per la prima volta a retinare la spazzatura in mare, con la barca. Si lanciò tra le onde e si posizionò a prua, in piedi col suo salaio in mano. Passarono i minuti e non si rese però conto di essersi scordato il tappo. Il tappo della barca. Man mano il profilo del natante si fece più esile, lui si spostava con fatica tra i flutti, con lentezza sempre crescente. Gli gridammo di rientrare ma lui preferì restare dove era. Quando la barca fu del tutto sommersa, ritornò a riva a nuoto trascinando dietro di se il relitto con una corda, seminando sul suo tragitto i pochi rifiuti raccolti. Per fortuna i clienti non si accorsero di nulla. Quel pomeriggio le acide vecchiette erano tutte impegnate nelle finali del torneo di bridge, avvenimento per loro fondamentale e di assoluta importanza.
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Barboncino in piscina 
14 febbraio 2008, 16:55 - Scenette
Durante la stagione balneare, nelle spiagge è proibito l’accesso ai cani e agli animali in genere, esiste una severa ordinanza delle capitanerie di Porto a riguardo. Nessuna bestiola può accedere. Tanto più in un cinque stelle, ove l’etichetta è rigidissima. Chi trasgredisce, rischia una multa molto pesante in caso di un eventuale controllo o di segnalazioni. Esistono in compenso stabilimenti attrezzati ove chiunque può portare in tranquillità i propri amici a quattro zampe.

Un pomeriggio si presentò al Beach un tizio Italo-Svizzero proveniente dall’albergo, sui sessanta, tutto incamiciato ed dall’aria vagamente ottocentesca, al guinzaglio teneva un piccolo barboncino bianco, di quelli zampettanti iper pettinati-cotonati e curati con tutti i ciuffetti e le rifiniture: il padrone praticamente era molto simile alla bestiola, aveva infatti dei simpatici baffetti bianchi e pure la chioma riccioluta era candida e espansa come quella del cagnolino, erano uguali uguali insomma. Lui si piazzò su un lettino bello tranquillo e lasciò l’indifesa bestiola libera di scorazzare per le terrazze. Alla vista dell’animale e della non curanza del padrone, subito il principe dei mostri divenne paonazzo, iniziò ad agitarsi e a cristare, la pressione a mille. Dissi al mio capo di tranquillizzarsi, che ci avrei pensato io. Con risolutezza e calma mi avvicinai al lettino dell’ignaro cliente.

Ale formal version: “Scusi…la disturbo un attimo…mi dispiace ma i cani non possono stare in spiaggia, esiste una severa ordinanza della capitaneria di porto a riguardo, dovrebbe portare via il suo animale subito, ecco è importante...”
Svizzero sorridente: “Zizi ho capiiito yaya atezzo faccio yaaa no preoccupareee ya…”
Ale formal version : “La ringrazio… ci fa una cortesia davvero…”
Svizzero sorridente: “Yaaaaya.”

E quello si risdraiò quindi al sole tutto gioioso. Non si mosse di un millimetro. Passarono dieci minuti e niente. Quello sempre immobile e gaudente, nessun segno di reazione. Messaggio non recepito. Il cane sempre in giro. Carletto vicino ormai all’infarto. Mi riattivai.

Ale formal version: “La disturbo di nuovo…è che dovrebbe portare via il suo animale subito…adesso…ora…ecco, non può lasciarlo libero per la spiaggia è vietato capisce-vie-ta-to…chiedo scusa ma è anche una questione di educazione verso gli altri ospiti…purtroppo non tutti gradiscono…può sembrare strano lo so, anche io adoro i cani!”
Svizzero sorridente: “Yaya atesso faccio ya mi scuzi ya le ha racione yaya capito io ya…”

Placido e rilassato si riaccomodò ancora, niente di niente. A me veniva da ridere, mi guardai intorno perplesso. Fu allora che il capo si mosse: tutta quella tensione accumulata proruppe in una serie di insulti in verità neanche troppo pesanti, le vene che pulsavano sulla sua fronte e sul suo collo, gesti sconnessi, fiatone. L’Italo Svizzero come scioccato dinanzi tanta violenza e tanta volgarità, lo sguardo offesissimo e la mimica di una persona sconcertata. Recuperò il suo barboncino e rientrò in hotel bofonchiando tra se e se.

Una signora inglese che aveva assistito a tutto l’episodio dalla propria sdraio fece quindi per chiamarmi con piccoli gesti. Era tutta tremante, l’espressione schifata e altera.

English madame: “I saw everything…that was so…so…sad!!! I really hate thoose …rats…like mouses…do you know what I mean? Ouhhhh…”
Ale formal version: “I know madame, you’re right…”
English madame: “Ohh don’t worry dear, it’s not your fault…”
Ale formal version: “...Ahm...yes madame,thank you…”

Che poi a me i cani piacciono un casino.
I cani ho detto. Non i padroni.
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Presentatrici arroganti 
13 febbraio 2008, 00:25 - Vips
L’Emanuela si era presentata al Beach una mattina in cui il tempo era davvero pessimo. Cielo cupo e grigio,mare molto mosso, vento teso e freddo. In quello stabilimento completamente deserto, si piazzò sui lettini della “Vip lounge” insieme al suo compagno, i due si avvolsero negli asciugamani e rimasero nella terrazza loro riservata un’oretta a leggere e a rilassarsi.

Quando il tempo è brutto, il ristorante della spiaggia resta chiuso e gli ospiti posson però accedere a quello dell’albergo che è coperto e riparato da folate di vento e schizzi: la presentatrice di rete quattro, aveva preteso invece di farsi aprire il locale del Beach soltanto per lei, voleva a tutti i costi poter pranzare al suono delle onde che si infrangevano sugli scogli, a costo di patire il gelo e di far smobilitare parecchi dipendenti. La accontentarono poiché ovviamente chi dirige è mediocre e sempre si inzerbinisce dinanzi l’arroganza di determinati elementi e mai si fa valere.

In compenso durante il pasto, il maitre Siciliano non mollò la coppietta un attimo, rovinò loro, giustamente, quel pranzo. Si incollò al loro tavolo, restò in piedi, di lato, a raccontar loro qualsiasi cosa gli passasse per la testa, fece un pressing asfissiante, a voce alta, caparbio, imperturbabile. Non lasciò loro nemmeno un attimo di respiro. Li affossò sulle loro sedie, quelli a deglutire con lo sguardo basso e lo stomaco in tumulto. Alla fine la coppia ritornò indispettita ai lettini.

Nel pomeriggio uscì il sole e l’Emanuela si mise in costume. Noi bagnini non avevam avuto nulla da fare in quelle ore, gironzolavamo a far lavoretti, pigri e annoiati, con le felpe indosso. Il giorno dopo l’Emanuela si lamentò di noi col direttore, a suo dire eravam rimasti tutto il tempo a fissare le sue tette rifatte dalla balaustra.
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Eccessi e cessi 
13 febbraio 2008, 00:12 - Bagnini
Mattia Palestrato proviene da una ricca famiglia, egli è viziato, indolente e irritante. Suo principale passatempo è l’ostentazione continua dei propri averi e della propria enorme libertà d’azione. In estate lavora unicamente per occupare il tempo, nemmeno necessiterebbe dello stipendio, essendo il suo conto in banca assai cospicuo e i suoi genitori con lui molto generosi e ben disposti. L’ultimo natale ad esempio hanno regalato al loro pupillo un Rolex originale da cinquemila euro e passa. Proprio il minimo per un ragazzo che per prendere il diploma di ragioneria ha impiegato nove anni vagando tra i vari istituti privati. Questa è la famosa meritocrazia Italiana. Due anni or sono suo padre aveva acquistato per lui un bar a Genova, tanto per procurargli un impiego fisso. Mattia, annoiato e scontento, dopo soli sei mesi glielo fece rivendere. Pratiche da gestire in velocità, migliaia di euro da maneggiare in scioltezza. Mattia non si cura mai delle proprie responsabilità, tipico del suo atteggiamento è fare il minimo e mai una virgola in più rispetto ai colleghi.

Le sue idee politiche sono destriste, un anno, per provare a placare il suo tedio esistenziale, provò ad entrare nell’esercito in ferma breve: dopo pochi mesi lasciò le armi, troppo forte era il suo bisogno di libertà, troppo radicata la sua scarsa propensione a ricevere ordini, troppo labile la sua attitudine ad ubbidire e restare inquadrato in un sistema rigido e severo. Tipico del suo modo di essere è un cameratismo interpretato in maniera molto personale: al Beach Mattia entra nelle cabine dei colleghi e lì mangia, si accomoda, telefona e si fa gli affari propri, essendo la sua di stanzetta, sempre lercia, come già narrato in un precedente post. Approfitta di quanto trova a sua disposizione, bibite, biscotti, scrocca a tutti e mai ricambia, del resto egli è un signore, non ha bisogno di dimostrare niente e non si pone mai problematiche etiche o morali, tutte cose per lui inutili. Scontato del resto che lui possa prendere e mai dare.

Questo suo spirito si fa paradossale ai servizi igienici: egli pretende sempre una persona con cui poter andare in bagno per poter parlare, per poter condividere quel suo particolare momento di intimità. Non immagino minimamente da che razza di trauma infantile derivi questa sua attitudine. Il problema è che per via delle proteine e della creatina che lui assume per la palestra, nel suo organismo circolano gas tossici che all’atto della liberazione rendono assai pestilenziale un’atmosfera chiusa come quella di una toilette. Il suo compagno di defecazione usuale, unico ad essersi ridotto a tanto, è Ste detto l’Orso o anche il Vampiro: i cessi sono uno in fronte all’altro, i due bagnini lasciano le porte aperte, dispongono con cura uno strato di carta igienica sulla tavoletta e una volta seduti ciascuno sulla propria tazza, si guardano l’un l’altro mentre si concentrano in quello sforzo atto alla liberazione degli orrendi prodotti chimici frutto del loro vivere quotidiano. E poi commentano tutti contenti come se fossero ancora in terza asilo.

Il bagnino Mattia ignora completamente le più basilari norme di buona educazione: in qualsiasi luogo egli si trovi e in qualsiasi situazione, sempre si gratta le parti intime, lentamente e vistosamente, senza nemmeno preoccuparsi di non farsi notare. Quando va a farsi la doccia alla fine della giornata, di solito esce dalla cabina completamente nudo e anche quando è sotto il getto d’acqua lascia la porta completamente spalancata, del tutto incurante nei riguardi delle persone intorno. L’immaturo bagnino, da sempre coccolato dai genitori amorevoli, ritengo sia rimasto psicologicamente bloccato all’età di tre anni, quel tempo in cui i bambini al mare rifiutano il costume perché ancora non consapevoli del senso del pudore.
Forse è la complicatissima e fumosa chimica dei suoi reni ad alterare quella del suo cervello, si spiegherebbero così tutti quegli insulsi processi mentali e comportamentali che da lì derivano.
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Materassai 
12 febbraio 2008, 11:48 - Vips
Giorgio Mastrota, il venditore di materassi, è spesso ospite del Beach: con noi bagnini fa sempre l’amicone, pacche sulle spalle, strette di mano, cinque battuti al volo.

Cri the Cat: “Ehi ma io ti ho gia visto!!!”
Mastrota: “Grande vuoi due materassi?”
Cri the Cat: “Nooooooo!”

Di solito si presenta con le figlie, due bambine molto educate che stanno sempre a mollo in piscina e mai entrano in mare, nemmeno quando l’acqua è pulita, penso si comportino in questo modo per paura o forse per pregiudizio, magari il mar Ligure è considerato esser poco chic per il loro alto rango. A volte il Giorgio invece arriva con una modella brasiliana stra-figa: si piazzano in una terrazza nemmeno troppo isolata e restano ore e ore a prendere il sole oziosi, totalmente incuranti delle figliole che restano a sguazzare in piscina a clorarsi.

Una volta invece della modella, il Giorgio ci portò Natalia Estrada e ce la presentò. Quella fece una faccia veramente schifata nel dover stringere la mano a quelli che ai suoi occhi dovevano apparire dei dipendenti sporchi e miserevoli , dei plebei sudici e sudati (di sicuro non per l’emozione, ma per il caldo e la fatica). Non proferì verbo e con lo sguardo obliquo se ne andò con l’ex marito verso i lettini, tutta indispettita. Restò lì seduta, non si cambiò nemmeno, dopo neanche venti minuti scappò via, forse quell’ambiente era per lei, abituata a standard elevatissimi, troppo volgare e banale. Qualche ora dopo apparve all’ingresso dello stabilimento un personaggio sinistro che mi chiamò con piccoli cenni, guardandosi intorno con fare preoccupato, attento a non farsi notare: si trattava di un paparazzo, che mi chiese informazioni sulla presunta presenza di Vips, iniziò a parlarmi di una possibile collaborazione, di possibili guadagni, mi voleva dare il suo numero di cellulare: lo liquidai senza dargli nessuna dritta, fiutando quella che era la sua certa scarsa professionalità.

Il Giorgio comunque, l’ultima volta che l’abbiam visto, è andato via senza pagare. Ma tranquillo, come se niente fosse.
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Yuri il delicato 
11 febbraio 2008, 11:31 - Vips
Yuri Chechi si presentò al Beach un pomeriggio del 2005, insieme alla sua splendida famigliola. Il signore degli Anelli apparve con la sua chioma rossa e la sua tenuta tipicamente sportiva e subito lo riconoscemmo. Ci sorrise educatamente, con fare semplice e uno sguardo molto umano. Nonostante avesse smesso l’attività già da qualche mese, aveva mantenuto la propria fisicità statuaria. Pur essendo in un momento di relax, quella che comunque era la totale definizione di ogni centimetro del suo corpo era davvero impressionante.

A dispetto di tanta potenza latente, mostrò il lato di un papà tenero e infinitamente protettivo: fece fare il bagno in piscina alla sua bambina di pochi mesi, era davvero dolce mentre teneva tra le forti braccia quel delicato esserino, rimasero in acqua una decina di minuti, erano davvero belli. Uno spettacolo. Il lato nobile proprio di un eroe sportivo di quel calibro. La moglie sui lettini con l’altro figliolino anch’esso di pochi anni, a osservare il marito con occhi innamorati e devoti.

Quando Yuri fu fuori dall’acqua, Cri the Cat andò a stringergli la mano e Carletto subito richiamò il suo bagnino all’ordine. La tranquillità dei personaggi di spicco non doveva essere assolutamente turbata. Dopo neanche un’oretta iniziò a spargersi tra i componenti del popolo balneare la voce della presenza nel loro stabilimento dell’illustre ospite: vedendo movimento in lontananza, Yuri captò il pericolo, rimise insieme zaini e borse e si dileguò rapido con moglie e pargoli.

I ragazzini urlanti del Beach, tutti muniti di foglietti,blocchi di carta e penne, apparvero in piscina all’improvviso, come un’orda scomposta,imbecille e ridicola. Provarono a inseguire il campione e la sua famiglia fin dentro l’albergo, ma fortunatamente non trovarono nessuno. I genitori che osservavano la scena dai propri lettini, divertiti e impassibili, con i loro sorrisini altezzosi. Ovviamente ai giovani rampolli maleducati e arroganti, nessuno si permise di dire nulla, tantomeno il capo servizio che anzi ammiccò loro con complicità. Al popolo balneare viene concessa sempre la totale impunità. E a una persona splendida come Yuri Chechi vien negata la tranquillità e anzi imposta la fuga.
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Il bagnino Tranquillo 
11 febbraio 2008, 11:19 - Bagnini
Per i bagnini che si sono avvicendati nel corso delle stagioni non è stato facile sopportare le angherie di Carletto il principe dei mostri:egli è un capo servizio arrogante e maleducato, che approfitta della propria posizione per prendersi nel lavoro soddisfazioni che nella vita non riesce a realizzare; tronfio per la raccomandazione proveniente dai livelli alti, che gli assicura libertà e impunità totali, usa toni forti, ripete gesti inconsulti, parla alle spalle di chi è onesto e organizza il lavoro in maniera pessima. Sono stati pochi i ragazzi che hanno saputo resistere più di un’estate: Mattia palestrato, Ste l’Orso ed io abbiam ripetuto l’esperienza per ben sei volte, siamo infatti i veterani; Piccolo Mirko e Truzzodani per due; tutti gli altri una sola. Parecchi quelli che han mollato a metà mandato o dopo qualche mese, costringendo quelli che restavano a saltare i (rari) giorni di riposo e lavorare il doppio.

Il record negativo spetta di diritto al bagnino Tranquillo.
Il bagnino Tranquillo lavorò due settimane, poi bello Tranquillo, a dispetto del pienone, se ne andò in mutua per dieci giorni, narrando di una presunta influenza. Al suo ritorno in spiaggia trovò un Carletto furente che lo trattò malissimo. Il bagnino Tranquillo resistette altri due giorni, calmo, meditabondo e taciturno, all’alba del terzo arrivò trafelato, raccontando di non aver dormito quella notte per l’improvviso ricovero in ospedale della madre. Avrebbe mollato il lavoro al termine della giornata, perché, così ci disse, aveva ovviamente la necessità di restare con la mamma per poterle dare assistenza continua; gli consigliai di non aspettare la sera e di andar via subito se la situazione era davvero così grave e lui decise di darmi retta. Carletto non gli spiegò nemmeno che per essersi licenziato senza preavviso, gli avrebbero decurtato dieci giorni di stipendio. Il bagnino Tranquillo raccolse le sue cose in cabina, venne a salutarci, non del tutto convinto si voltò un paio di volte e se ne andò.

Il pomeriggio stesso, fu avvistato in un negozio di sport, mentre si comprava pinne e maschera, Tranquillo, come se nulla di quanto narrato fosse accaduto. Il giorno successivo e i seguenti fu riconosciuto in una spiaggia vicina, dedito alle sue immersioni e alla pesca subacquea. Tranquillo.
Avrebbe fatto prima a dirci che non si trovava bene in quell’ambiente e che semplicemente voleva lasciar perdere, che come cosa sarebbe stata peraltro ben ben comprensibile.
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Lenny e i suoi 
10 febbraio 2008, 15:14 - Vips
Lenny e il suo branco di musicisti si presentarono al Beach un paio di estati fa, in occasione di non so quale concerto che dovevano tenere in un qualche luogo imprecisato del Nord Italia. Si rivelarono degli alcolisti di assoluto rispetto. Scendevano dall’albergo nel primo pomeriggio, con la lo sguardo annebbiato e assente, ciondolando, la palpebra a mezz’asta, di volta in volta reduci dalla sbornia della serata precedente.

Si andavano a piazzare sulla terrazza col prato e una volta trovata la comodità, davano il via al casino. Nulla di clamoroso, ma in quell’ambiente lento e simil-acquario, ogni loro singola mossa appariva come motivo di scandalo e veniva giudicata con occhi severi. Attaccavano lo stereo, reggae sound a palla, le vecchiette acide e paonazze che dopo pochi minuti correvano tremanti a lamentarsi da Carletto, scandalizzate e offese per l’empia maleducazione di quei ragazzi. A noi il compito di richiamarli, ci rispondevano tranquilli e sornioni, col sorriso sulla bocca, imperturbabili, con le loro movenze da rapper. Quando andava bene abbassavano il volume ma di poco. Trascorrevano le ore a bere, col sole a picco sulla testa iniziavano a sgolarsi birre, birrette, birrini, bottiglie di vino bianco di annata, coctails in sequenza.

Alle diciannove,ossia all’ora di chiusura, li trovavamo sempre riversi sulle sdraio, semi svenuti, qualcuno in terra, svegliarli ogni volta era una fatica immane. Sull’erba bicchieri rotti, tovaglioli, mozziconi di sigarette, il lerciume assoluto.
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Mao e le sorelle venete 
7 febbraio 2008, 22:06 - Personaggi
L’estate del 2004 si rivelò temibile in particolare per la costante presenza di due sorelle venete, talvolta accompagnate dalla loro mamma: si trattava di un terzetto di arcisnob, tutte e tre costantemente agghindate di collier e orecchini diamantati e conciate sempre con vestitini argentati o dorati. Le due fanciulle erano bionde, dalla lunga chioma color platino, una magra secca secca e asfittica con atteggiamento da diva, l’altra fisicamente più abbondante, lo sguardo sempre torvo.

La madre era lievemente più discreta, col capello corto e gli occhiali da vista, si accontentava di una seggiola all’ombra per poter leggere un libro e godersi l’aria e il panorama. Le due figlie erano invece all’esatto opposto: tutte le mattine impiegavano minimo quaranta minuti per decidere dove mettersi e alla fine sempre optavano per un posto in piscina. Il più delle volte era Mao che si accollava il compito di sopportarle, quelle quando lo vedevano arrivare loro incontro sgranavano gli occhi e iniziavano a sbavare. Lui raccoglieva tutta la sua pazienza e iniziava a mostrar loro, una per una, tutte le postazioni libere. Quelle liete di farsi condurre, con lui sempre iper gentili ed educate.

Erano due zitelle, se la tiravano enormemente ma a guardarle bene eran brutte e antipatiche. La loro voce ricordava il suono di una porta cigolante e i loro toni erano sempre alti, fastidiosi e incuranti. I discorsi di basso gossip che sempre tiravano fuori eran quanto di più inutile e insulso. Le conversazioni che facevan al cellulare sempre udite da tutte le persone intorno. Mao in quel periodo stava mettendo su un’agenzia matrimoniale, riconobbe subito le due possibili potenziali clienti, fiutò l’affare a lungo termine: iniziò a intortarsele, giorno per giorno, calmo e rassicurante, quelle completamente rapite e a lui devote. Pare che quando inaugurò l’agenzia in autunno, loro due siano state le prime ad iscriversi, pare che lui si sia fatto ripagare del tempo elargito, scucendo loro parecchie e parecchie centinaia di euri.
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La vamp romagnola 
7 febbraio 2008, 00:04 - Personaggi
Una bella mattina scese dall’albergo una quarantenne molto vamp, mora, prosperosa, sorridente. Era tutta avvolta in scialli e sete e fiocchi, le trasparenze si sprecavano, i capelli mossi, due dita di trucco in volto. La scollatura molto più che generosa. Sul lettino sfoggiava un costumino mini,dal quale le forme trabordavano, tutto pizzi e merletti che praticamente non lasciavano nulla all’immaginazione. Dall’accento doveva essere romagnola, in vacanza per un mese a spese del marito, un industriale assente forse per motivi di lavoro. La signora non si negò nulla, per dare un’idea spese all’incirca ottomila euro solo di beauty farm, tra massaggi, trattamenti e impacchi vari.

Al suo seguito il suo figliolo, un ragazzino di dieci anni che per la sua età era già terribilmente sovrappeso. Teneva sempre indosso la maglia numero dieci di Maradona, trascorreva il suo tempo o all’ombra a leggere o in acqua a fare immersioni con maschera e pinne. Solitario e silenzioso, gli occhi che guardavano lontano, verso ricordi o realtà remote. Qualche volta provai a parlare con lui, era un bambino molto intelligente e acuto, che amava la storia e la letteratura e che sognava già di fare il ricercatore in campo farmaceutico. Aveva un’idea chiara in testa, un progetto, a dispetto della sua giovane età. Doveva aver patito davvero molto un padre inesistente e una madre che deve aver sempre flirtato con bagnini (in estate) e maestri di sci (in inverno).

Con noi lei era molto generosa, nel senso che ogni giorno ci mollava minimo cinquanta euro di mancia, non per prestazioni varie o presunte, ma per ottenere il nostro favore: capitava così che quella scendesse ad orari improponibili dalla stanza e noi riuscissimo comunque a trovarle un lettino in prima fila vicino al mare, anche col pienone. Con noi era sempre sorridente, gentile,si esprimeva con fare sensuale, l’occhio languido, gesti studiati, per lei normali. In particolare sembrava esser molto interessata a Mao che prediligeva come suo assistente nella ricerca di una sdraio libera. Ma lui mantenne sempre le distanze,con estrema educazione, le diede sempre del lei, continuando comunque a farsi ammirare e con discrezione.

Ste l’Orso al contrario esitò un po’ meno nel farsi desiderare: fiutando la facile occasione iniziò a dedicarsi personalmente alla signora: così entrarono in confidenza, iniziarono a scambiarsi occhiate e battute, finchè un bel giorno non li vedemmo salire le scale mano nella mano, il figlio dietro di loro con lo sguardo incupito. Il giorno dopo chiesi al mio collega di non farsi notare dal bambino, di fare attenzione. Mi rispose che visto che la madre non si poneva nessun problema, lui era iper tranquillo. E non aveva tutti i torti. Si venne poi a sapere che praticamente, lei si trovava in Liguria per vedere l’amante, che già aveva a Genova. Dentro di me divampò un misto di odio e disgusto verso questa società superficiale e infima. La sera, il figlio (e probabilmente perfettamente consapevole) restava in camera a studiare e la mamma rientrava tardi al mattino. L’Orso rappresentava quindi un flirt volante,aggiuntivo e casuale. Di preciso non so cosa combinarono, giusto un paio di volte lo vedemmo arrivare con evidenti segni di rossetto sul collo, ma nulla di più. O forse sono io che sono mostruosamente ingenuo.
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Mao e il professionismo totale 
6 febbraio 2008, 23:56 - Bagnini, Lifeguarding
Mao è noto per essere il bagnino serio. Insegnante ed esaminatore per la società italiana di salvamento. Istruttore di nuoto, di palestra, di fitness, di spinning e di parecchie altre discipline. Plurimedagliato al valore per via degli innumerevoli salvataggi compiuti durante la sua lunga carriera. Ex universitario ed ex pallanuotista, con una passione sfrenata per il mare e per il mestiere del guardaspiaggia. Due metri, slanciato, agile, sempre concentrato e attento ai particolari, alle situazioni da risolvere con facilità e a quelle da lasciar scorrere in maniera naturale. Mai un errore. Una persona semplice, modesta, gentile e disponibile con tutti, sempre educata, calma, pronta all’ascolto. Esponente massimo del sommo professionismo: un’arte cosmica, un marchio distintivo che traspare, un ideale da seguire, in ogni momento, in ogni luogo, in ogni tempo. Si tratta di una certezza. Cos’è il professionismo: classe, stile, fermezza, eleganza, maestria, controllo, carattere, tenacia. Equilibrio mentale e fisico. Uno stato che conduce l’aspirante professionista ad essere realizzato ma cosciente della costante possibilità del miglioramento innanzi. Si tratta di consapevolezza, di presenza mentale, di lealtà nei rapporti interpersonali, di lucidità. Di umiltà.

Mao è noto per esser un professionista vero. Abituato a sfidare il mare, a mettersi alla prova, a vincere le onde, alla necessità di sentire stimoli. Mal sopportava quello stabilimento retrogrado e vecchio, ove i bagnini sono bloccati in una serie di ritmi insulsi. Terribile per lui era soprattutto la figura del nostro capo servizio, sempre rude, sempre dispotico, sempre grezzo, un essere per nulla professionale, né umanamente, né sul lavoro, che mal gestisce quella spiaggia, ma benissimo il suo portafogli. Tipico di Carletto è mettere l’apparenza dinanzi la concretezza: egli fa si che i suoi dipendenti sacrifichino i compiti propri della figura del bagnino per cose di altro genere, di superficie, di servizio, di ricamo. Così l’osservazione delle persone in mare è secondaria rispetto alla pulizia dei portacenere, tanto per fare un esempio. Mao con pazienza riuscì ad individuare alcune pecche e a risolverne qualcuna, all’ombra di quel personaggio inetto, attaccato solamente al proprio ruolo, al denaro e alla propria posizione. E allo svilimento dei suoi dipendenti, suo unico passatempo.

Numerosi gli episodi in cui Mao si distinse: una volta Ste l’Orso ed io eravamo alla balaustra a parlare di Olimpiadi e altre sciocchezze, bruciati per il caldo, tormentati dall’afa: ad un tratto lo scorgemmo che già era in acqua in piscina, teneva in braccio una bambina. Quella stava affogando e noi nemmeno ce ne eravamo accorti. Quando uscì dall’acqua ci incenerì con uno sguardo gelido e con poche parole, pronunciate a bassa voce ma con severità: “Basta un attimo…”.

Quella clientela snob,arrogante e falsa, era terribile per lui,che era abituato a normali rapporti di cordialità,umanità e spontaneità. Eppure sempre si dedicò ai compiti che gli venivano assegnati, anche a quelli più colossali: una volta due vecchietti gobbi e contorti si lamentarono di uno scoglio situato a un metro da una delle scalette a mare,in acqua. Carletto con superficialità e supponenza dispose quella roccia venisse eliminata. In anni e anni di capi-bagnini,di spiagge, di scenette, mai si era sentita una cosa tanto idiota: anche sol pensare di poter levare gli scogli dal mare equivale ad una follia. Eppure Mao, sebbene perplesso, ligio al dovere, provò ugualmente. Armato di un grosso martello, riuscì a spaccare la roccia e ad eliminarne una buona metà, stando una giornata intera sotto il sole. I vecchietti nemmeno lo ringraziarono. Carletto tronfio e immaturo sulla sua panchetta nel compiacersi per aver affidato un compito tanto insulso ad una persona tanto superiore a lui. Mao non riuscì a finire la stagione, logorato diede le dimissioni tre settimane prima della fine del contratto. Un nuovo lavoro e un cambiamento di vita incombevano per lui e giustamente non vedeva l’ora di iniziare. E troppo pesanti e erano state per lui le angherie del principe dei mostri. In anni e anni era quella la prima volta che non terminava un mandato. Per me restò ugualmente un modello che nemmeno lontanamente riuscii ad imitare, nonostante gli sforzi.
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Cagare fuori dal vaso 
4 febbraio 2008, 17:09 - Lifeguarding
Frequentare uno stabilimento cinque stelle è un marchio d’orgoglio, qualcosa di cui fregiarsi, un punto di arrivo. Non importa se l’acqua è sempre sporca per via dei depuratori non funzionanti e dei porti turistici altamente inquinanti che sorgono ovunque nel golfo, se l’età media è sopra i sessanta e nessuno mai sorride, se l’atmosfera è costantemente morta e ferma. L’importante è darsi l’illusione dell’appartenenza ad un’elite sociale, fondamentale è alimentare una consapevolezza malata, poco importa se si va a star peggio. Poco importa se quei bagni son oggettivamente scomodi per via di una struttura terrazzata e per via di una spiaggia che di fatto nemmeno c’è, visto che ci son solo tre scalette per entrare in mare, poste su una orribile e antiestetica colata di cemento, che deturpa il paesaggio e però fa tanto chic. Poco importa se per un singolo ingresso giornaliero, la persona va a pagare più di cinquanta euro. Primario è adeguarsi, non esser da meno, vedere quella ricchezza luccicante e bieca a un passo e lasciarsi ammaliare da essa, pensare di essere all’altezza. All’altezza di tanta bassezza.

Esser li, esser presenti, far finta di sorridere, mostrare comportamenti sicuri e decisi, recitare. Ed ecco allora famigliole normali, con un’attività comune, uno stipendio di poco sopra la media, che centellinano le tessere da dieci ingressi, mezzo biglietto alla volta, per poter avere quanti più accessi possibile. Un anno trascorso a risparmiare sui dettagli per pochi giorni di stenti. Gente che con gli stessi soldi, potrebbe trascorrere una stagione intera in un'altra spiaggia magari non a cinque stelle ma comunque di livello, magari con una battigia degna di questo nome e un po’ di sabbia e tanto relax. No, si preferisce imprimere negli occhi di bambini innocenti tutti quei comportamenti altezzosi, si preferisce raccontare a ragazzine sognanti di un futuro certo nel mondo della moda, si preferisce ostentare una ridicola solidità a dispetto di un’etica crepata, si preferisce vivere nell’abbaglio.

I ricchi amano dare la mancia, sinonimo di signorilità e potere, icona comportamentale volta alla sottolineatura della diversità tra caste, sintomo pesante di un’eredità clientelare radicata nella storia che sempre ci porteremo appresso. I dipendenti disprezzano quel gesto, perlopiù son pagati per fare il loro lavoro. In Francia la mancia è compresa nelle tariffe, là si è dato modo a chi se la guadagna di poter mantenere una propria dignità. In Italia no, c’è un sistema intero che trama giorno per giorno per render sempre più insanabile il divario tra le classi. E ai potenti si continua a concedere non solo potere e impunità, ma anche quella libertà nella negazione continua di quel senso di umanità, che più di ogni altra cosa sta distruggendo questa società. E il vaticano spettatore colluso di tanto schifo.

La famigliola media deve pur omologarsi, anche in questo.
Dinanzi il bagnino che per fare un piacere porta una sdraio in più, la bambina si atteggia a diva imitando le ricche signore intorno e gli porge un euro, il ragazzo neanche può dire “No grazie” perché arriva a capire che la cosa la ferirebbe. La mamma allora scorge lo sguardo nefasto che grava su di lei e interviene “Ti offriamo un caffè…” ponendo il gesto in una dimensione più amichevole. Si resta ancor più esterrefatti nel rendersi conto di avere davanti una madre che nega alla propria figlia un’infanzia “umana” con piena coscienza, con lucidità. E il padre succube che osserva la scena silente e fintamente distratto. Mi auguro che quelle famigliole possan riuscire a mantenere vivi i sogni inculcati ai propri bambini, perché quando quei castelli di carte si sgretoleranno il crollo sarà tremendo.
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Politicanti squallidi 
3 febbraio 2008, 14:56 - Scenette
Un pomeriggio della scorsa estate apparvero ai bagni due mezzi politicanti lombardi, entrambi stempiati, dalla pelle bianchissima, con la panzetta e i costumini a mutandina modello terza asilo. Dietro di loro due ragazze bionde, occhi chiari, accento straniero,forse provenienti dall’est Europa a giudicare dai tratti, iper truccate e iper provocanti. Si piazzarono nell’angolo più deserto dello stabilimento e li rimasero tutto il giorno. Ogni tanto i due signori si facevano un giro tra le sdraio, guardandosi intorno con aria fiera e vanagloriosa, quasi a credersi due ganzi. Le due fanciulle restavan sui lettini, a chiacchierare tra loro nel loro idioma ignoto e a smanettare coi cellulari.

Nel pomeriggio i due andarono a farsi una nuotata, le ragazze rimasero sole a riva. Fu allora che Ste smise i panni dell’Orso incupito e serio e fece suoi quelli del Falco ardito e infallibile: senza perder tempo, planò in picchiata su una delle due, temibile e fatale:con rapidità e con fare maschio le chiese il numero, quella glielo diede tutta sorridente e vogliosa. Ottenuto il numero lui si dileguò, invisibile e veloce. I due squallidi rientrarono poi a terra, ignari dell’accaduto.

Durante la notte Ste e la bionda si scrissero qualche sms, fu allora che il mezzo politicante pagante forse si rese conto dell’accaduto o forse fu lei a raccontarglielo: beh i quattro lasciarono l’albergo in piena notte, in fretta e furia, a Ste giunsero messaggi confusi e poco chiari e dopo qualche ora nemmeno più quelli. Ci si chiede che fine abbiano fatto le due, probabilmente incappate nelle ire di quella classe medio-borghese italiana, tanto ridicola quanto bassa, a dispetto dell’apparenza sempre elegante.
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La psicologa psicopatica 
2 febbraio 2008, 11:28 - Personaggi
La Dottoressa è una psicologa sui cinquanta, milanese, un tipo parecchio sovrappeso, si muove lentamente, con fatica, timorosa di ogni suo passo, la sua massa costantemente in bilico su un paio di gambe fragili e poco stabili. Si tratta di una persona intelligente e di cultura, collabora con un’università, gestisce un reparto in un istituto. Si esprime molto bene, è gentile e si serve di un linguaggio ricercato. Allo stabilimento si presenta sempre da sola, ma quella solitudine deve patirla davvero molto, i suoi occhi son sempre tristi, quando è sul lettino sempre si guarda intorno in cerca di possibili interlocutori: quando ne trova uno,non lo molla più: è terribilmente logorroica, e per di più il suo tono di voce è acuto e squillante. Ascoltarla è davvero un patimento, resistere qualche minuto equivale ad un’impresa. Mi chiedo spesso se lei se ne renda conto.

La Dottoressa non sa nuotare ma pretende di fare il bagno ove l’acqua è profonda. Inutile dire che sempre rifiuta l’ausilio di ciambelle o braccioli, nemmeno ammette di averne bisogno, però richiede sempre la presenza di un bagnino a pochi metri da lei, che la guardi e la controlli, pronto all’intervento e totalmente concentrato. Al Beach ci son tre accessi al mare, tutti dotati di scaletta, soltanto da uno si tocca quando si entra, dagli altri due ci si deve tuffare e la profondità è subito di un paio di metri. Inutile dire che lei preferisca questi ultimi, perché li secondo il suo giudizio l’acqua parrebbe esser più pulita, anche quando è palesemente sporca.

Siamo gli unici bagnini a cui è proibito fare il bagno: al Beach dobbiamo indossare tutto il giorno una spessissima polo rossa e un paio di pantaloncini bianchi, e sempre dobbiamo mantenere la tenuta cinque stelle, per restare in tono con lo stile elegante dell’albergo, per esser sempre presentabili all’occhio di una clientela critica e per non indispettire i colleghi degli altri reparti.
Inoltre l’assistente ai bagnanti, per via delle stesse ordinanze della capitaneria di porto, deve sempre esser riconoscibile, la maglia rossa con su scritto “lifeguard” sarebbe quindi un must allo stesso modo, anche in una spiaggia con più elasticità comportamentale. Una doccia ogni tanto però ce la concediamo, ne va della nostra salute e della stessa resa lavorativa. Anche se quell’infame del nostro capo servizio, in teoria, non ci permette nemmeno quella.

Spesso vecchiette lamentose e signore attempate e pretenziose han chiesto di poter sguazzare insieme a noi, ma sempre abbiam dovuto dire di no e talvolta a malincuore, vista l’afa mortale di certe giornate. Quelle sempre si offendono e sempre si rifiutano di capire le ragioni, semplicemente perché viziate e abituate a sentirsi dire sempre di si. La Dottoressa invece, pacatamente si accontenta di avere una figura di riferimento a pochi metri, affinchè possa sentirsi più sicura. Per sdebitarsi della pazienza che mostriamo nei suoi confronti ci promette sempre laute mance e bottiglie di vino d’annata, ma lei sempre porta le buste e i pacchi nell’office di Carletto il principe dei mostri, che quatto quatto si imbosca tutto e poi ci deride pure alle spalle.

Un pomeriggio della scorsa estate i flutti eran piatti, una tavola. Secondo l’esimia psicologa però quelle onde erano un po’ troppo pericolose. Onde in realtà non ce n’erano, ma vabbè. Le tremava la voce. Ero io di guardia a mare quella volta. Provò a scendere i gradini della scaletta, mise un piede in acqua e subito lo ritrasse. Si levò la sua cuffia rosa, spaventata. Le consigliai di aspettare prima di entrare se non si sentiva sicura, di calmarsi un attimo e magari di riprovare dopo un’ora o due. Ma lei non ammetteva le sue difficoltà, voleva entrare, voleva vincere la sua paura, non voleva esitare ormai aveva pagato l’ingresso e voleva nuotare un po’. Iniziò ad agitarsi. Dopo pochi minuti, innervosita dagli sguardi divertiti e impietosi dei clienti intorno, riprovò, indugiò qualche attimo tra il secondo e il terzo gradino, poi si cacciò in acqua a peso morto. Splash. La vidi andare a picco giù dritta dritta, il suo lamento che si soffocava mentre andava a fondo: “Aiirrllbrrllrbrrrllrbr…” le bollicine che salivano in superficie. Mi levai la maglia e la recuperai, quella si sedette un venti minuti su una sdraio, respirò con calma, poi tentò ancora. Entrò adagio e riuscì a stare a galla. Dovetti a fare il bagno con lei, rimasi a mollo venti minuti, alla faccia del capo. Le vecchiette che osservavano gelose e acide. La Dottoressa mi promise, per il disturbo, due bottiglie di Pinot nero del 2002. Le aspetto tuttora.
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George, proprio lui 
1 febbraio 2008, 09:33 - Vips
George era in albergo già da qualche giorno,ma ancora non era sceso in spiaggia.
Cameriere sottopagate e anziane dame annoiate lo incrociavano per i corridoi, prima gli sorridevano strabuzzando gli occhi, dopo di che diventan rosse e in preda ad attacchi di tachicardia improvvisa e palpitazioni iniziavano a balbettare frasi sconnesse gesticolando in maniera convulsa. A quel punto il paziente George ricambiava il sorriso e si prestava per la foto di rito o per l’autografo. Le signore si scioglievano, in lacrime, commosse.

Allo stabilimento scese un solo pomeriggio, sul tardi, quando la maggior parte delle persone già era andata via. Ero di guardia in piscina, stavo mettendo in ordine i lettini. Lui mi vide, si guardò intorno curioso. Lo osservai mentre mirava il panorama, non me ne curai. Fece qualche passo,si avvicinò. Fu lui a stringere la mano a me. Ci scambiammo un’occhiata di intesa, senza dire alcunché. Si fece una breve nuotata e poi ritornò tranquillo in camera.
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The Cat e la sfida 
1 febbraio 2008, 00:44 - Scenette, Bagnini
Cri “the Cat” ha militato nel Camogli in serie A1 per alcuni anni: è famoso nell’ambiente acquatico per aver sfidato durante un allenamento, quello che allora era il suo compagno di squadra Aleksandar Sapic, leggenda vivente della pallanuoto. Sapic è tuttora idolatrato nel suo paese natale, è famoso a livello mondiale. Un giocatore che imponeva gli schemi all’allenatore, che decideva da solo le sorti di una partita.

Cri, che era portiere di riserva, un giorno lo sfidò: dieci rigori, mille euro contro cento. Sapic li realizzò tutti e dieci e si intascò cento euro. Se Cri ne avesse parato soltanto uno, Sapic avrebbe dovuto dargliene mille. Un video a testimonianza dell’evento. Con quell’atto sconsiderato Cri si assicurò però il rispetto del fuoriclasse.

Un episodio che rende l’idea della caratura del personaggio in questione.
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