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Qualche estate fa capitò una cosa strana: per il mar Ligure passò una corrente molto calda, decisamente oltre la norma, le temperature si alzarono in maniera netta e per un lungo periodo un enorme branco di meduse decise di stazionare nel tratto di mare in fronte allo stabilimento. Per tre settimane fare il bagno fu davvero impossibile, l’acqua brulicava dei gelatinosi esseri, di tutte le forme, dimensioni, colori e intensità venefica. In tutte le spiaggie della zona, garriva al vento la bandiera rossa, ai bagnanti si suggeriva che era davvero pericoloso immergersi. Al Beach al contrario il capo-bagnino aveva deciso di non esporre nessun tipo di segnale, per non urtare la fragile sensibilità della clientela viziata e snob. Ma siccome il problema sussisteva ed era palese, i bagnini sottopagati dovevano rimanere tutto il giorno in barca, a retinare meduse e meduse e ancora meduse, dal mattino alla sera, dandosi il cambio a turno, quando uno era stanco subentrava l’altro e così via. Era un lavoro inutile e massacrante, compiuto sotto un sole estivo che gravava cocente e impietoso. Ore e ore trascorse a riempire conche e conche che man mano venivano scaricate a terra, il liquido urticante che colava a riempire il fondo della lancetta e i piedi che bruciavano, e poi le gambe, e si doveva fare attenzione a non grattarsi. E gli accenni di congiuntivite e la testa che girava e la stanchezza.
Per tre settimane le cose continuarono ad andare in questo modo. A dispetto del sacrificio e dell’energia profusa, il popolo balneare risultava esser comunque insoddisfatto e quasi offeso per la libertà natatoria che gli veniva preclusa e alla quale non potevan avere accesso. Infatti noi potevam raccogliere le meduse in superficie, ma quelle un profondità era davvero impossibile individuarle, specialmente quelle rosse e piccoline, perché ben mimetizzate e in costante movimento, sempre in balia del perpetuo moto ondoso. Di fatto il nostro era un lavoro di facciata, se pur enorme e continuo. Ai clienti a riva, i lifeguard ripetevano costantemente di fare attenzione o di usufruire della piscina. Un giorno arrivò in spiaggia una coppia di sposi novelli, io ero appena sbarcato a terra, sudato e sconvolto per la fatica e per il caldo: la fanciulla, piovuta dal nulla, mi chiese con candore se era possibile fare il bagno, la mia risposta fu ovviamente negativa e le spiegai le ragioni. Quella, probabilmente decisa a godersi il suo viaggio di nozze per come se l’era sempre immaginato, decise di non ascoltare i miei suggerimenti, attese che io fossi distratto e per trenta miseri secondi sotto la doccia a riprendermi un attimo, e si tuffò di testa, senza occhialini, nè maschere, né precauzioni. Si prese una medusa di quelle viola e ipertentacolate proprio in faccia, nell’occhio sinistro per la precisione. Udite le grida mi tuffai e la aiutai a rientrare: fu portata via da un’ambulanza, poiché necessitava di cure a base di cortisone. La neo-sposa si rovinò così il viaggio. La clientela fu unanime nel rifilare con somma austerità la colpa al sottoscritto, di fatto non avevo raccolto quella singola medusa, in un mare che ne era zeppo e grande doveva esser la mia vergogna, per l’errore e la mancanza. Ovviamente nessuno riconobbe la superficialità della povera ragazza, nemmeno la non curanza del capo-servizio, ostinato nel voler accontentare continuamente i bagnanti, a costo di danneggiarli.
Fondamentalmente sono gli italiani ad esser lamentosi, ipocriti e viziati: gli stranieri sono decisamente più alla mano, ruvidi e sportivi. Coscienti, della realtà intorno e dello stato naturale delle cose. Russi, inglesi, tedeschi, americani,non si curano dei pericoli ma nemmeno fanno storie a riguardo, anzi si divertono nell'affrontare le sfide: si tuffano, nuotano tranquilli, se urtano una medusa rientrano a riva e si fanno medicare ridendoci sopra e poi si ricacciano subito in mare. Lontanissimi dalle tragedie e dai racconti di sofferenza in cui invece si perdono gli italiani. I lombardi, specialmente. I migliori sono risultati essere due bambini canadesi, di origine russa. Fratello di nove anni e sorella di undici, che parlavano con estrema naturalezza inglese, francese e russo. I nobili rampolli italiani a giocare coi Pokémòn. I due venivano spesso con me in barca, mi aiutavano e si divertivano pure nel farlo, i genitori che ci filmavano durante le manovre di rientro a terra.
Per tre settimane le cose continuarono ad andare in questo modo. A dispetto del sacrificio e dell’energia profusa, il popolo balneare risultava esser comunque insoddisfatto e quasi offeso per la libertà natatoria che gli veniva preclusa e alla quale non potevan avere accesso. Infatti noi potevam raccogliere le meduse in superficie, ma quelle un profondità era davvero impossibile individuarle, specialmente quelle rosse e piccoline, perché ben mimetizzate e in costante movimento, sempre in balia del perpetuo moto ondoso. Di fatto il nostro era un lavoro di facciata, se pur enorme e continuo. Ai clienti a riva, i lifeguard ripetevano costantemente di fare attenzione o di usufruire della piscina. Un giorno arrivò in spiaggia una coppia di sposi novelli, io ero appena sbarcato a terra, sudato e sconvolto per la fatica e per il caldo: la fanciulla, piovuta dal nulla, mi chiese con candore se era possibile fare il bagno, la mia risposta fu ovviamente negativa e le spiegai le ragioni. Quella, probabilmente decisa a godersi il suo viaggio di nozze per come se l’era sempre immaginato, decise di non ascoltare i miei suggerimenti, attese che io fossi distratto e per trenta miseri secondi sotto la doccia a riprendermi un attimo, e si tuffò di testa, senza occhialini, nè maschere, né precauzioni. Si prese una medusa di quelle viola e ipertentacolate proprio in faccia, nell’occhio sinistro per la precisione. Udite le grida mi tuffai e la aiutai a rientrare: fu portata via da un’ambulanza, poiché necessitava di cure a base di cortisone. La neo-sposa si rovinò così il viaggio. La clientela fu unanime nel rifilare con somma austerità la colpa al sottoscritto, di fatto non avevo raccolto quella singola medusa, in un mare che ne era zeppo e grande doveva esser la mia vergogna, per l’errore e la mancanza. Ovviamente nessuno riconobbe la superficialità della povera ragazza, nemmeno la non curanza del capo-servizio, ostinato nel voler accontentare continuamente i bagnanti, a costo di danneggiarli.
Fondamentalmente sono gli italiani ad esser lamentosi, ipocriti e viziati: gli stranieri sono decisamente più alla mano, ruvidi e sportivi. Coscienti, della realtà intorno e dello stato naturale delle cose. Russi, inglesi, tedeschi, americani,non si curano dei pericoli ma nemmeno fanno storie a riguardo, anzi si divertono nell'affrontare le sfide: si tuffano, nuotano tranquilli, se urtano una medusa rientrano a riva e si fanno medicare ridendoci sopra e poi si ricacciano subito in mare. Lontanissimi dalle tragedie e dai racconti di sofferenza in cui invece si perdono gli italiani. I lombardi, specialmente. I migliori sono risultati essere due bambini canadesi, di origine russa. Fratello di nove anni e sorella di undici, che parlavano con estrema naturalezza inglese, francese e russo. I nobili rampolli italiani a giocare coi Pokémòn. I due venivano spesso con me in barca, mi aiutavano e si divertivano pure nel farlo, i genitori che ci filmavano durante le manovre di rientro a terra.
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Le meduse sono esseri antichi, arcani, meravigliosi, popolano gli oceani da migliaia di anni, sono tra i primi ad esser apparsi sulla terra: hanno saputo resistere a sconvolgimenti climatici e territoriali, differenziarsi in un sacco di specie, adattarsi ai vari di tipi di ambienti e di chimiche. Trasparenze inquietanti, meccanismi di difesa portati ad un livello di perfezione subdola ed efficace, tranelli a volte letali. L’evoluzione che affascina, posta dinanzi agli occhi. Sono creature eleganti, osservarle con la maschera, quando sono a mezz’acqua è quanto di più rilassante e piacevole per i sensi: il loro incedere è maestoso e lento, quasi regale. Esseri semplici e essenziali. Una delle tante prove della grandezza della Natura. L’uomo abita il pianeta da un tempo relativamente breve rispetto a loro, mi chiedo da sempre che diritto può avere il supponente e arrogante essere umano, per pretendere che in acqua non vi sia traccia di meduse. Quell’essere umano che oltretutto dovrebbe ricordarsi di appartenere alla terra ferma. Sfigato.
In uno stabilimento balneare normale è sicuramente difficile individuare seguaci di tale severa concezione naturalistica–evoluzionistica, tuttavia il bagnino-medio-standard può condurre una vita più o meno tranquilla. In caso di presenza dei melliflui esseri in mare, egli segnala ai bagnanti il pericolo, issando la bandiera rossa: non può impedire alla folla accaldata di gettarsi tra i flutti, ma può servirsi del segnale per comunicare che è pericoloso, in quel dato momento, entrare in acqua. Alle richieste di spiegazioni potrà rispondere poi con calma, portando le sue argomentazioni. Al massimo può capitare che gruppetti di bambini, per divertirsi e dar sfogo alla noia e al furore represso, decidano di salire su canotti e materassini, tutti armati di retini e secchielli, agguerriti e decisi nella caccia: tali sedute di pesca, inutilmente fruttuose, porteranno poi alla formazione di cumuli gelatinosi sotterrati sotto la sabbia o posti su qualche scoglio a liquefarsi sotto i raggi di un sole impietoso, per il fetido odore che poi va a divampare inesorabile. Ammoniaca e creme basiche pronte all’uso, per curare le bruciature e i lievi contatti.
Al Beach, come è ormai noto, le cose vanno sempre diversamente: la clientela snob e altezzosa paga prezzi molto alti e quindi, nella sua ignoranza e nella sua noncuranza, pretende a prescindere. Sono soprattutto le acide vecchiette, ingobbite e contorte, a esigere che in mare non vi sia traccia di meduse. In nessun modo, né vive né morte. Nemmeno un fantasmino, un ectoplasma, un gel. In quella che è la loro ottica alta e inconfutabile, un bagnino che si rispetti deve essere in grado di prevedere e controllare i movimenti di ogni singola medusa, di quelle che stanno a galla e anche di quelle che stanno in profondità e nemmeno sono osservabili. Un lifeguard vero deve conoscere il posizionamento dei branchi, i periodi di riproduzione, le correnti, le variazioni di temperatura e di marea, deve esser costantemente aggiornato e pronto. Neanche avesse a disposizione una stazione multimediale sotto l’ombrellone e l’ausilio di un centro idro-geologico. Il bagnino-schiavo è così costretto, obbligato perlopiù da un capo servizio menefreghista e debole, a salire sulla lancia di salvataggio tutte le mattine, armato di salaio e conca, per assolvere all’accurata ronda di controllo dell’ampio specchio d’acqua in fronte allo stabilimento. E obbligatoriamente deve occuparsene il dipendente, egli mai può avvalersi dell’ausilio dei candidi rampolli delle famigliole lombarde: le untuose mamme e i papà paganti danno per scontato che i propri pargoli per nulla al mondo possano abbassarsi ad attività tanto inadeguate, vili e sporche.
Il natante dovrebbe restar posizionato sempre a riva, pronto all’utilizzo in caso di un’emergenza o di un bagnante in difficoltà: all’interno, le dotazioni standard, secondo le ordinanze della capitaneria di porto: coppia di remi per lo spostamento, coppia di salvagenti con sagole, mezzo marinaio (un gancio, praticamente) e un terzo remo, di riserva. In una spiaggia qualsiasi, un piccolo gestore verrebbe pesantemente multato se scoperto ad utilizzare la lancetta di salvataggio per scopi secondari o non consoni. Il Beach invece fa parte di una grande catena di alberghi e chissà per quali astruse ragioni non riceve mai visite né controlli da parte delle autorità competenti. L’incolumità dei clienti viene così messa continuamente a repentaglio e per la stessa soddisfazione del popolo balneare. Ma anche per l’affondamento dell’equilibrio mentale e fisico degli stressatissimi bagnini.
In uno stabilimento balneare normale è sicuramente difficile individuare seguaci di tale severa concezione naturalistica–evoluzionistica, tuttavia il bagnino-medio-standard può condurre una vita più o meno tranquilla. In caso di presenza dei melliflui esseri in mare, egli segnala ai bagnanti il pericolo, issando la bandiera rossa: non può impedire alla folla accaldata di gettarsi tra i flutti, ma può servirsi del segnale per comunicare che è pericoloso, in quel dato momento, entrare in acqua. Alle richieste di spiegazioni potrà rispondere poi con calma, portando le sue argomentazioni. Al massimo può capitare che gruppetti di bambini, per divertirsi e dar sfogo alla noia e al furore represso, decidano di salire su canotti e materassini, tutti armati di retini e secchielli, agguerriti e decisi nella caccia: tali sedute di pesca, inutilmente fruttuose, porteranno poi alla formazione di cumuli gelatinosi sotterrati sotto la sabbia o posti su qualche scoglio a liquefarsi sotto i raggi di un sole impietoso, per il fetido odore che poi va a divampare inesorabile. Ammoniaca e creme basiche pronte all’uso, per curare le bruciature e i lievi contatti.
Al Beach, come è ormai noto, le cose vanno sempre diversamente: la clientela snob e altezzosa paga prezzi molto alti e quindi, nella sua ignoranza e nella sua noncuranza, pretende a prescindere. Sono soprattutto le acide vecchiette, ingobbite e contorte, a esigere che in mare non vi sia traccia di meduse. In nessun modo, né vive né morte. Nemmeno un fantasmino, un ectoplasma, un gel. In quella che è la loro ottica alta e inconfutabile, un bagnino che si rispetti deve essere in grado di prevedere e controllare i movimenti di ogni singola medusa, di quelle che stanno a galla e anche di quelle che stanno in profondità e nemmeno sono osservabili. Un lifeguard vero deve conoscere il posizionamento dei branchi, i periodi di riproduzione, le correnti, le variazioni di temperatura e di marea, deve esser costantemente aggiornato e pronto. Neanche avesse a disposizione una stazione multimediale sotto l’ombrellone e l’ausilio di un centro idro-geologico. Il bagnino-schiavo è così costretto, obbligato perlopiù da un capo servizio menefreghista e debole, a salire sulla lancia di salvataggio tutte le mattine, armato di salaio e conca, per assolvere all’accurata ronda di controllo dell’ampio specchio d’acqua in fronte allo stabilimento. E obbligatoriamente deve occuparsene il dipendente, egli mai può avvalersi dell’ausilio dei candidi rampolli delle famigliole lombarde: le untuose mamme e i papà paganti danno per scontato che i propri pargoli per nulla al mondo possano abbassarsi ad attività tanto inadeguate, vili e sporche.
Il natante dovrebbe restar posizionato sempre a riva, pronto all’utilizzo in caso di un’emergenza o di un bagnante in difficoltà: all’interno, le dotazioni standard, secondo le ordinanze della capitaneria di porto: coppia di remi per lo spostamento, coppia di salvagenti con sagole, mezzo marinaio (un gancio, praticamente) e un terzo remo, di riserva. In una spiaggia qualsiasi, un piccolo gestore verrebbe pesantemente multato se scoperto ad utilizzare la lancetta di salvataggio per scopi secondari o non consoni. Il Beach invece fa parte di una grande catena di alberghi e chissà per quali astruse ragioni non riceve mai visite né controlli da parte delle autorità competenti. L’incolumità dei clienti viene così messa continuamente a repentaglio e per la stessa soddisfazione del popolo balneare. Ma anche per l’affondamento dell’equilibrio mentale e fisico degli stressatissimi bagnini.
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