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11 maggio 2008, 16:08 - Bagnini
Ste l’Orso è noto per essere un bagnino caratterialmente ruvido, il suo soprannome deriva infatti da questa suo particolare lato emotivo, profondamente legato alla sua essenza.Potenzialmente il bagnino Ste possiede nelle sue corde qualità eccelse, sa essere infatti un abile comunicatore e un professionista completo, pronto, attivo e lesto in tutte le situazioni, schietto, sintetico e sincero, signorile e magnetico, apprezzato da tutti, clienti, amici e colleghi, per la cordialità e l’efficienza sempre puntuali e mai disattese. Ma in alcuni momenti, pur limitati e circoscritti, risulta essere cupo e scontroso, arriva proprio a trattenere, quasi a imprigionare quell’ espansività che eppure gli appartiene, a frenare le interazioni con le persone intorno e a compromettere la comunicazione verbale con esse, tanto da arrivare a far realmente suo quel soprannome che eppure da sempre rifiuta.
A condizionarlo in parte, sicuramente sono alcune sue vicende sentimentali legate al passato e che talvolta nella sua mente riemergono, alcune legate a cocenti e ingiuste delusioni che devono averlo ferito in maniera profonda, come spesso accade alle persone buone e semplici. Netto in lui il bisogno di una metà femminile, che lo completi, lo inciti e lo supporti giornalmente. Una metà che ancora non ha trovato, ma che senza ombra di dubbio prima o poi arriverà. Nei momenti tetri dal punto di vista umorale, Ste l’Orso incarna perfettamente lo stereotipo del tipico lifeguard Ligure, lento e lamentoso, pigro e supponente, negativo e sempre pronto al mugugno. E si tratta di un peccato, di una violenza che lui stesso si infligge, perché la sua vera natura è esattamente quella opposta. Il punto è che i due volti, si alternano nel suo profilo. E non esiste una via di mezzo, un compromesso, uno stato mediale. Si passa dal bianco al nero,quasi si trattasse di un Dott.Jekyll e di un Mister Hyde. Il punto di passaggio, però, è ravvisabile.
Ci siam resi conto già dalla prime stagioni che Ste detto l’Orso aveva una peculiarità: certe mattine giungeva al Beach sorridente e tranquillo, disponibile al dialogo e ai normali rapporti interpersonali che posson svilupparsi in un ambiente lavorativo. Altre volte arrivava invece tesissimo, i tratti del viso tirati, l’aura assolutamente cupa e oscura, in quei momenti comunicare con lui era davvero difficile, le sue risposte fuoriuscivano fredde e taglienti, talvolta in suoni gutturali, quasi ringhiasse, come se le parole gli raschiassero in gola, il suo incedere era frenetico, l’energia nei gesti era esplosiva e si produceva in movimenti rapidi, innaturali e meccanici.
Fu Mattia il Palestrato a notare per primo che in certi frangenti, Ste appariva nervoso, scompariva una mezz’ora, e dopo di che ricompariva sereno e disteso. Quando realizzammo che nel passaggio da uno stato all’altro, si verificava una sosta in bagno o in cabina, iniziammo a intuire l’arcano. Il punto è che nel periodo di tempo limitato, il cambiamento risultava essere ancor più netto e palese. Fu sempre l’infimo Mattia a coniare la sigla TSO stante a significare “Tasso Sega Orso”.
Quando il TSO era elevato, il livello ormonale nel sangue del collega era notevole, l’individuo era socialmente pericoloso, le eventuali interazioni con lui necessitavano di esser marginate. Lui stesso, comunque, si isolava in lavori solitari, noi cercavamo di restare a lato, consapevoli della situazione. Avevamo un codice, “a stecca” significava che il TSO sembrava esser al limite massimo. Quando il TSO al contrario pareva esser basso, la mutazione in Ste era visibile anche a livello somatico, i tratti del viso erano distesi, i toni lievi e pacati, le sue movenze erano fluide, anche con i clienti risultava esser molto più disponibile e pronto alle incombenze.
Il principe dei mostri fu sempre consapevole di questo stato di cose, ci rise sempre su, ma mai si regolò a riguardo: anziché considerare gli stati e le esigenze del suo veterano, preferì sempre bullarsi di lui dall’alto del proprio ruolo, rifilandogli sistematicamente i lavori peggiori nei momenti più negativi, col risultato che spesso il povero Ste, che eppure è sempre stato uno degli elementi più dediti e attivi, si demotivava, nel lavoro e non solo. E la cosa orribile è che questo, per il nostro capo servizio, era motivo di estrema soddisfazione.
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11 maggio 2008, 13:28 - Bagnini
Conobbi il Laureato nel corso della mia prima stagione al Beach. Si trattava di un trentaduenne vagamente stempiato, capelli corti castani, altezza media, esile e fisicamente asciutto. Questo personaggio affermava allora di avere alle spalle una lunga ed importante carriera da bagnino, fatta si stage professionali operati in Canada e di imboscamenti con belle signore all’interno di antri e cabine. Innumerevoli i suoi racconti, tutti traboccanti di palesi incongruenze. Al collo teneva un fischietto iper-tecnologico che a suo dire si poteva utilizzare liberamente sott’acqua e da lì sentirsi ovunque intorno. In realtà come bagnino non sembrava essere né arguto, né agile, sempre manifestava la sua stanchezza, sempre era disattento, rivolto di più alla conversazione con la clientela che all’osservazione e al controllo dei bagnanti. In acqua nemmeno brillava poi così tanto. Sul lavoro era lento, mal disposto, sempre pronto alla polemica e alla contestazione sistematica delle direttive. Forse per via dell’età, faticava visibilmente a reggere le dodici/tredici ore giornaliere di caldo e fatica. Si rapportava pessimamente col capo servizio, il Laureato etichettava continuamente il Principe dei mostri nei modi più svariati, e cercava ogni volta aggettivi rari, difficili, sempre diversi, si serviva di termini arguti e nobili, per lui la necessità di manifestare la propria cultura era una costante da cui mai prescindeva. Nel curriculum ostentava infatti una notevole laurea in lettere che probabilmente gravava sul suo essere, mal sopportava quell’ambiente, quella professione, consapevole come era di essere al di sopra, culturalmente, della maggior parte delle persone intorno. Quello stabilimento ove non si poteva discutere, ma solamente eseguire, era per lui insopportabile, sia a livello pratico che concettuale, le incombenze imposte al di fuori di ogni logica si contorcevano continuamente in lui, assurde, insopportabili e opprimenti come in effetti erano.
Viveva le giornate a modo suo, cercando di andare contro i ritmi usuali, provava spesso a confrontarsi col capo servizio, servendosi di una dialettica fine e non confutabile, ma in cambio riceveva perlopiù risposte maldate, taglienti e arroganti, che non facevano altro che aumentare la sua insoddisfazione e il suo malcontento. Il punto è che spesso rallentava tutta la squadra: emblematica la volta in cui accompagnò una tremante vecchiettina inglese che a tutti i costi desiderava un posto in piscina: essendo tutte le sdraio occupate in quel momento, il Laureato non la indirizzò verso un’altra terrazza, nemmeno le portò un altro lettino, nemmeno si sforzò di pensare a una soluzione alternativa: semplicemente si sedette con lei al bar attendendo che si liberasse una postazione. Noi altri, a dir poco, basiti.
Il suo rapporto con il Boss peggiorò quando, giunto quel fatidico agosto e la tanto attesa metà della stagione, il Laureato si ruppe un mignolo del piede, per via di un colpo, preso contro una trave di legno. Colse l’occasione al volo, subito si fece portare in ospedale, avrebbe potuto farsi fare una legatura rapida e continuare così a presenziare in spiaggia, preferì farsi inserire un supporto metallico a livello interno, vistoso e doloroso, dovette così andarsene in mutua per quattro settimane. Quando si recò a portare la relativa documentazione cartacea nell’ufficio amministrativo, si presentò impersonando la più tipica delle sceneggiate all’italiana, l’andatura zoppicante, il ferro che spuntava, i tratti del viso tirati. Allora diciassettenne, ebbi modo di vedere una delle peggiori scene in assoluto. Quello peraltro si rivelò poi un agosto micidiale, le temperature altissime e un pienone ininterrotto, per tutto il mese, non una goccia di pioggia, non un filo di vento: il Principe dei mostri ovviamente non cercò un bagnino sostitutivo, si limitò a privarci del giorno libero settimanale. Quando il Laureato ritornò poi a settembre, la comunicazione tra lui e il capo si dissolse del tutto, fino alla fine del mandato. Non una parola e un costante clima di tensione. Questioni di orgoglio, di limiti comportamentali, di atteggiamenti sbagliati, di vuoti di comunicazione.
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Due stagioni or sono, una sera, si tenne in piscina un party di quelli fescion-trendi, di quelli densamente popolati da individui strambi con la erre moscia e la camicia firmata. L’organizzatrice dell’evento chiese con largo anticipo se era possibile avere a disposizione, per la serata, un bagnino fino alla mezzanotte, tanto da poter dare ai convitati una presenza rassicurante. L’albergo ci comunicò dell’incombenza il pomeriggio stesso, avrebbero potuto avvertirci uno, due giorni prima, ma evidentemente preferirono non darci modo di organizzarci con turni e giornate libere. Nessun elemento della squadra era entusiasta all‘idea di doversi fermare al Beach dopo le usuali dodici ore di fatica e di caldo, alla fine fu Ste detto l’Orso, da buon veterano carismatico, a incaricarsi del compito. Dal suo resoconto, la festa trascorse in maniera tranquilla, liscia, nessun tuffatore imprevisto, perlopiù fu la sobrietà a regnare indisturbata; l’esimio collega rimase seduto alla postazione che si era appositamente creato, a legger riviste e a controllare la situazione con fare distratto. A metà della serata, intorno alle ventuno, doveva ancora cenare, così, affamato, stanco e bisognoso di energie, chiese un piatto al ristorante della spiaggia. Gli alti e selezionati Chef gli prepararono un filetto con la rucola, che Ste divorò senza troppe cerimonie. Le restanti ore passarono senza intoppi, al termine se ne andò a casa, del tutto ignaro di quel che gli sarebbe accaduto da lì a poco.
Durante la notte il povero Orsetto si svegliò, iniziò ad avvertire un sentore di forte malessere, la febbre si fece subito alta, i suoi genitori, preoccupati, chiamarono l’ambulanza, fu portato in ospedale: si ritrovò con la gola completamente “bruciata”, nera alla vista, i dottori gli spiegarono che i tessuti superficiali erano stati consumati in maniera repentina da un batterio che probabilmente aveva inalato o ingerito e che li aveva trovato terreno fertile per proliferare, rapido e temibile. I sospetti ricaddero su quella rucola di quella cucina cinque stelle, probabilmente lavata con poca attenzione, o forse calpestata dai cuochi, o forse alterata. Ste rimase in ospedale per quattro giorni, non ebbe particolari disagi, si riprese con agilità. Avrebbe potuto prendersi settimane e settimane di mutua per la gravità dell’accidente, ma preferì ritornare al lavoro, perché a letto si annoiava e perché non voleva lasciare i suoi colleghi con un uomo in meno, che ovviamente il capo servizio non avrebbe rimpiazzato. Ste ritornò per noi, la direzione dell’albergo non gli riconobbe ovviamente nessun merito: chiese solamente, vista la disposizione medica a riguardo, di poter mangiare cose fredde, come gelato o yogurt, visto che per qualche settimana non poteva nutrirsi di altro. Nemmeno in quello venne accontentato, si ritrovò costretto a portarsi le vaschette da casa. Non li degnò nemmeno di denuncia, tanto erano immeritevoli di considerazione quanto bassi eticamente ed umanamente.
Durante la notte il povero Orsetto si svegliò, iniziò ad avvertire un sentore di forte malessere, la febbre si fece subito alta, i suoi genitori, preoccupati, chiamarono l’ambulanza, fu portato in ospedale: si ritrovò con la gola completamente “bruciata”, nera alla vista, i dottori gli spiegarono che i tessuti superficiali erano stati consumati in maniera repentina da un batterio che probabilmente aveva inalato o ingerito e che li aveva trovato terreno fertile per proliferare, rapido e temibile. I sospetti ricaddero su quella rucola di quella cucina cinque stelle, probabilmente lavata con poca attenzione, o forse calpestata dai cuochi, o forse alterata. Ste rimase in ospedale per quattro giorni, non ebbe particolari disagi, si riprese con agilità. Avrebbe potuto prendersi settimane e settimane di mutua per la gravità dell’accidente, ma preferì ritornare al lavoro, perché a letto si annoiava e perché non voleva lasciare i suoi colleghi con un uomo in meno, che ovviamente il capo servizio non avrebbe rimpiazzato. Ste ritornò per noi, la direzione dell’albergo non gli riconobbe ovviamente nessun merito: chiese solamente, vista la disposizione medica a riguardo, di poter mangiare cose fredde, come gelato o yogurt, visto che per qualche settimana non poteva nutrirsi di altro. Nemmeno in quello venne accontentato, si ritrovò costretto a portarsi le vaschette da casa. Non li degnò nemmeno di denuncia, tanto erano immeritevoli di considerazione quanto bassi eticamente ed umanamente.
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Il Principe dei mostri è sempre stato noto per la sua pigrizia, per l’autorità che amava esercitare sui suoi miseri quattro, cinque dipendenti: dimostrare il proprio potere, provare ad ampliarlo, dar sfoggia della propria posizione, anche nelle piccole cose, eran per lui una necessità vitali, un bisogno fondamentale; uno dei suoi esercizi giornalieri era delegare ogni minima incombenza, pretendere sempre un rapido e non discutibile adempimento e crogiolarsi nella soddisfazione che da tali ridicoli atteggiamenti traeva. Spesso a noi bagnini chiedeva di andargli a prendere l’acqua. Si trattava o di dover prelevare una bottiglietta nuova al bar della piscina, o di doverne riempire una aperta, al distributore che si trovava vicino allo stabilimento, all’interno della Beauty farm, in entrambi i casi si trattava di fare pochi passi. Il distributore in questione era una di quelle colonne con tasto, con quegli enormi e pesantissimi boccioni, come se ne vedono anche negli uffici e nelle palestre. Ste l’Orso ed io di rado venivamo chiamati in causa, per via della nostra natura mugugnosa, fiera e orgogliosa, tipicamente Ligure: quelle poche volte eravamo soliti palesare il nostro scontento, borbottando frasi sconnesse, lanciando occhiatacce o muovendoci lenti e ciondolanti. Una volta devo anche aver risposto malamente al mio capo-servizio, qualcosa di diretto del tipo “Non andarci mai da solo eh…”
Ma non ricordo bene.
Mattia Palestrato invece, nella sua moderna indolenza, non si curava mai dell’interpretazione dei ruoli e dei gesti, nemmeno faceva andare il pensiero a concetti come la dignità e l’umanità: approfittava di quei momenti per assentarsi dalla postazione per quei pochi minuti e questo, anzi era per lui motivo di vanto. Ma era ancor più infido: quando andava a riempire la bottiglietta in Beauty farm, di solito, mollava uno sputo all’interno di essa, per poi riportarla indietro sorridente e gioioso. O perlomeno così narrava. Capitò nel corso dell’ultima stagione, che il Principe dei mostri venne colpito da una pesante infezione all’apparato urinario: dalle analisi che fece risultò che un batterio rarissimo, iper resistente e iper mutato, si era insediato negli epiteli della sua vescica, lì aveva proliferato e agito indisturbato per giorni e giorni. Il povero Boss dovette curarsi con attenzione, tra atroci sofferenze, a suon di ripetute iniezioni di un antibiotico di classe assai elevata. Si trattava di un microrganismo non comune, che tipicamente abitava le acque non controllate, impianti di depurazione dismessi e cose del genere. Venne soprannominato “Batterio Cunningham”, dal nome della ditta che portava i boccioni.
La vicenda non è mai stata chiarita del tutto, secondo il nostro Boss, che pure conduceva uno stile di vita spesso poco ortodosso, il tutto era dovuto alla probabile scarsa pulizia della colonna. Secondo noi era per via della ripugnante igiene del bagnino Mattia. In tutti i modi, da allora iniziò ad andarsi e prendere l’acqua con le proprie gambe.
Ma non ricordo bene.
Mattia Palestrato invece, nella sua moderna indolenza, non si curava mai dell’interpretazione dei ruoli e dei gesti, nemmeno faceva andare il pensiero a concetti come la dignità e l’umanità: approfittava di quei momenti per assentarsi dalla postazione per quei pochi minuti e questo, anzi era per lui motivo di vanto. Ma era ancor più infido: quando andava a riempire la bottiglietta in Beauty farm, di solito, mollava uno sputo all’interno di essa, per poi riportarla indietro sorridente e gioioso. O perlomeno così narrava. Capitò nel corso dell’ultima stagione, che il Principe dei mostri venne colpito da una pesante infezione all’apparato urinario: dalle analisi che fece risultò che un batterio rarissimo, iper resistente e iper mutato, si era insediato negli epiteli della sua vescica, lì aveva proliferato e agito indisturbato per giorni e giorni. Il povero Boss dovette curarsi con attenzione, tra atroci sofferenze, a suon di ripetute iniezioni di un antibiotico di classe assai elevata. Si trattava di un microrganismo non comune, che tipicamente abitava le acque non controllate, impianti di depurazione dismessi e cose del genere. Venne soprannominato “Batterio Cunningham”, dal nome della ditta che portava i boccioni.
La vicenda non è mai stata chiarita del tutto, secondo il nostro Boss, che pure conduceva uno stile di vita spesso poco ortodosso, il tutto era dovuto alla probabile scarsa pulizia della colonna. Secondo noi era per via della ripugnante igiene del bagnino Mattia. In tutti i modi, da allora iniziò ad andarsi e prendere l’acqua con le proprie gambe.
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3 aprile 2008, 12:04 - Bagnini
Francesco detto il Maresciallo ha lavorato con me all’epoca della mia seconda stagione al Beach. Si trattava di un personaggio splendido, di origini Messicane, la carnagione e i capelli scurissimi, un vistoso ciuffo alla Elvis che predominava, sempre ritto e infarcito di kg e kg di gel. Tipiche erano la sua lentezza e la sua rilassatezza, riusciva a sorridere di tutto, anche delle situazioni più paradossali, era uno dei pochi che riusciva a prendere il lavoro e la vita con estrema filosofia. Dotato di parlantina sciolta, era sempre pronto a prender tempo e rimandare, nei riguardi di tutto. Allo stesso tempo sveglio e attivo, efficace quando il momento lo richiedeva. Accettava le incombenze, ma le gestiva a modo suo, sempre con calma. Il soprannome derivava dal suo atteggiamento falsamente sicuro, il tono alto della voce, una fierezza ostentata, un bisogno vitale di voler sapere fatti e dettagli sempre per primo, proprio come un ufficiale neo-diplomato. A dispetto di tanto orgoglio, per un mese lavorò senza possedere il patentino della salvamento. Il Principe dei mostri passò settimane a chiedergli di portarlo, col controllo della capitaneria di Porto che incombeva, ma quello esitava sempre, trovava facili scuse, rimandava di giorno in giorno, con una tranquillità davvero inquietante. La manfrina andò avanti finchè Francesco non fu messo alle strette: si assentò dal lavoro per un paio di giorni, senza avvisare, né dare motivazioni, rendendosi pure irreperibile. Ritornò col fantomatico brevetto in mano. Originale. Non diede giustificazioni, e nemmeno spiegazioni.Dopo questo episodio, cadde inevitabilmente nelle mire oscure del capo-servizio. Francesco era sempre l’ultimo a presentarsi in postazione all’orario di apertura, dopo i lavori mattutini e la doccia: impiegava veramente tanto tempo per prepararsi e pettinarsi, si dedicava con minuziosità estrema alla cura della sua capigliatura e in particolare alla preparazione del ciuffo: la sua cabina era piena di prodotti per i capelli, ce n’eran di tutti i tipi. Carletto iniziò a tartassarlo, a chiedergli di rasarsi a zero, a convincerlo del fatto che allora si sarebbe sentito più comodo e più fresco. Iniziò un lavoro di persuasione pesante, continuo, che durò settimane. Alla fine la vinse e così una mattina, Mattia Palestrato, portò da casa la macchinetta e improvvisò sulla testa del suo collega. Fece un lavoro pessimo, pieno di disparità, di errori, le basette tremendamente falcidiate. Paradossalmente il Maresciallo si mostrò soddisfatto dell’opera che si era ritrovato, fondamentalmente allo specchio si piaceva, poiché a quel punto assomigliava a Diabolik.
Francesco temeva i gay più di ogni altra cosa: nei loro confronti nutriva un timore autentico, stava alla larga da loro, pativa la loro presenza: spesso si rifugiava in cucina, per rifocillarsi di focaccia al formaggio e farinata: una volta, proprio lì scovò due cuochi, entrambi maschi, intenti a baciarsi. Da allora si diede ad una dieta assolutamente ferrea. Fu una stagione pesante, la peggiore che io ricordi: due mesi di sole accecante, non una goccia di pioggia. Numerose le defezioni tra i bagnini, due che si licenziarono, due che andarono in mutua. Per un breve periodo, di sei che dovevamo essere, rimanemmo in due, io e appunto il Maresciallo. Il buon Mattia accorse a luglio inoltrato, per darci una mano, e sostituire uno dei fuggitivi. Con Francesco mi trovai molto bene, forse perchè nei momenti di necessità nessuno dei due ha mai esitato nel dare una mano all’altro. E sembra niente, ma è nel bel mezzo della difficoltà che si riconosce il valore delle persone.
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7 marzo 2008, 15:58 - Bagnini
I turni dei bagnini del Beach durano dalle dodici alle tredici ore, non sempre il tempo è scandito da un’attività frenetica, numerosi sono i momenti di calma. Durante l’ora calda l’osservazione dei bagnanti è contornata dai numerosi discorsi al riparo del salvifico ombrellone. In quei lunghi e interminabili momenti i lifeguard si confrontano, scambiano opinioni e idee tra di loro, in attesa del tramonto e del via al riordino. Mattia Palestrato è una persona dalle notevoli potenzialità economiche e dall’enorme libertà d’azione: a dispetto di questo status fortunoso (che comunque sempre ostenta), è solito palesare una discreta insoddisfazione, raccontando continuamente di progetti ed esperienze, in maniera sempre colossale e spropositata, tanto da risultare sistematicamente esagerato. La negazione dell’umiltà. Capita così che il vanitoso ragazzo costruisca ad arte dei light motive a dir poco fantasiosi, alimentandoli di giorno in giorno con dettagli e particolari sempre nuovi. Una volta conosciuto il personaggio in questione, questi aneddoti all’inizio si rivelano quasi divertenti, ma fastidiosi alla lunga: quello è talmente orgoglioso da non accorgersi nemmeno di arrivare a varcare il limite, nemmeno ammette di poter non esser creduto. In sei stagioni Mattia ha narrato veramente qualsiasi cosa, ben al di là dell’immaginabile.Ad esempio di voler entrare a far parte della legione straniera. Una volta raccontò di esser andato a prendere i moduli all’ambasciata francese e di aver chiesto informazioni, per sua stessa ammissione esaltato dai film visti sull’argomento in quel periodo. In effetti successivamente entrò in ferma breve nell’esercito, peraltro quando il servizio di leva già era stato tolto: dopo due soli mesi il padre, ex ufficiale, lo fece trasferire in un ufficio a pochi chilometri da casa; ciononostante resistette solamente altre dieci settimane, dopo di che lasciò le armi. Fu assai modesto quando si perse, per giorni e giorni, nello sfumare l’intenzione di suo padre di voler costruire, per la famiglia, una villa in Brasile, sulla spiaggia bianca, a pochi passi dal mare, sottolineando con cura il costo veramente basso dell’ipotetica operazione. Il papà avrebbe proposto al figlio di andare a vivere di rendita, al termine della costruzione, in quel paradiso, ma Mattia avrebbe rifiutato, perché troppo legato alla sua attività di bagnino schiavo. Epico il periodo dell’apoteosi ginnica, quando il rampollo si allenava e si dopava tantissimo ponendo nel mirino le insulse gare di body building: le serate trascorse in palestra erano allora saggi di sacrificio autentico, ove i magnifici eroi gonfiati si impasticciavano di brutto pompando senza fatica e fieri trascorrevano poi ore nel rimirarsi allo specchio. Sterminata la miriade di racconti a carattere sessuale, perlopiù inerenti le corna montate alla fidanzata di turno. Una serie di oscenità pazzesche, che non a caso gli valsero questo soprannome: “il Pacciani dei sentimenti”.
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Non tutti i clienti del Beach sono persone scorbutiche, inumane ed incivili. Una coppia Genovese, lui primario o giù di li e lei pure dottoressa, con il sottoscritto si è sempre dimostrata cortese, affabile e alla mano, una rarità comportamentale di livello assoluto in quell’ambientaccio. Marito e moglie, abitano tuttora nel condominio posto in fronte allo stabilimento e durante la stagione usufruiscono dell’accesso agli scogli, a cui ovviamente, come tutti, han diritto. Spesso noi bagnini li incrociavamo la sera prima di andare via, quando scendevamo alla terrazza a livello del mare per levare le pesantissime scalette al fine di metterle al riparo da possibili e perlopiù improbabili mareggiate notturne. Una faticaccia sempre inutile.
I due, dotati di uno spiccato accento Ligure, con noi son sempre stati disponibili a fare un minimo di dialogo. La prima volta che mi videro mi chiesero se ero nuovo, cosa facevo nella vita: mi fece davvero piacere riuscire a scorgere uno sprazzo di rapporto umano in quel luogo snob, altezzoso e finto: si trattava di una comunicazione molto di base, ma quei brevi scambi costituivano per me una vera e propria boccata d’ossigeno. Fin da subito mi presero in simpatia, forse colpiti dalla mia doppia vita di allora, universitario aspirante farmacista in inverno e bagnino sociopatico schiavizzato in estate. Era bello per me riconoscere un vago apprezzamento per quello che era il mio spirito di sacrificio di allora, veder riconosciuti i miei sforzi mi dava energia.
Una volta imprestai loro una maschera di quelle facenti parte dell’enorme mucchio degli oggetti smarriti, la utilizzarono per una settimana e quando me la restituirono mi regalarono una bottiglia di spumante, per sdebitarsi del gesto. Rimasi stupefatto. In compenso, la Cavallerizza, elemento di cui già ho parlato in un vecchio post, durante quei giorni riconobbe proprio quella maschera come sua e una bella mattina si mise a urlare accusando prima me e poi loro di avergliela rubata. L’episodio non ebbe seguito perché nessuno degnò di considerazione le invettive di quella pazza isterica.
Un pomeriggio la Moglie Dottoressa mi chiamò con ampi gesti: pensando che fosse successo qualcosa, rapidamente la raggiunsi agli scogli e quella invece mi presentò sua figlia: era una ragazza molto bella, dai capelli biondi e gli occhi verdi. Mi introdusse a lei con un’ampia premessa, io ero abbastanza imbarazzato, non mi aspettavo una cosa del genere, con molta naturalezza le raccontò di me dinanzi i miei stessi occhi. La fanciulla mi strinse la mano ma non si mostrò molto comunicativa. Sarà stata colpa del mio aspetto sudaticcio, stanco e trasandato ma quella non proferì parola. Dopo qualche minuto salutai e tornai al lavoro, totalmente galvanizzato da quel siparietto.
Quando incrociai la ragazza nelle giornate successive, quella purtroppo non mostrò l’interesse che forse la madre auspicava, dei velocissimi "ciao" e nulla di più. Fuggiva sempre. Tempo dopo sua mamma fu molto chiara nel dirmi: “Alessio scusami per l’altra volta, immagino di averti colto alla sprovvista…avevo pensato di presentarti mia figlia…io ci ho provato ma…”
Le risposi che è normale che le opinioni delle madri e delle figlie siano sempre opposte. Quella scoppiò in una bella risata. A onor del vero l’estate scorsa ho visto la biondina insieme ad un milanesino fichetto con l’erre moscia e il ciuffo ingellato. Ho capito allora di non essermi perso proprio nulla.
Non lavorerò più al Beach, ma spero un giorno di poter andare dalla coppia di medici a dar loro notizia di esser riuscito a finire la dannata università. Ci riuscirò?
I due, dotati di uno spiccato accento Ligure, con noi son sempre stati disponibili a fare un minimo di dialogo. La prima volta che mi videro mi chiesero se ero nuovo, cosa facevo nella vita: mi fece davvero piacere riuscire a scorgere uno sprazzo di rapporto umano in quel luogo snob, altezzoso e finto: si trattava di una comunicazione molto di base, ma quei brevi scambi costituivano per me una vera e propria boccata d’ossigeno. Fin da subito mi presero in simpatia, forse colpiti dalla mia doppia vita di allora, universitario aspirante farmacista in inverno e bagnino sociopatico schiavizzato in estate. Era bello per me riconoscere un vago apprezzamento per quello che era il mio spirito di sacrificio di allora, veder riconosciuti i miei sforzi mi dava energia.
Una volta imprestai loro una maschera di quelle facenti parte dell’enorme mucchio degli oggetti smarriti, la utilizzarono per una settimana e quando me la restituirono mi regalarono una bottiglia di spumante, per sdebitarsi del gesto. Rimasi stupefatto. In compenso, la Cavallerizza, elemento di cui già ho parlato in un vecchio post, durante quei giorni riconobbe proprio quella maschera come sua e una bella mattina si mise a urlare accusando prima me e poi loro di avergliela rubata. L’episodio non ebbe seguito perché nessuno degnò di considerazione le invettive di quella pazza isterica.
Un pomeriggio la Moglie Dottoressa mi chiamò con ampi gesti: pensando che fosse successo qualcosa, rapidamente la raggiunsi agli scogli e quella invece mi presentò sua figlia: era una ragazza molto bella, dai capelli biondi e gli occhi verdi. Mi introdusse a lei con un’ampia premessa, io ero abbastanza imbarazzato, non mi aspettavo una cosa del genere, con molta naturalezza le raccontò di me dinanzi i miei stessi occhi. La fanciulla mi strinse la mano ma non si mostrò molto comunicativa. Sarà stata colpa del mio aspetto sudaticcio, stanco e trasandato ma quella non proferì parola. Dopo qualche minuto salutai e tornai al lavoro, totalmente galvanizzato da quel siparietto.
Quando incrociai la ragazza nelle giornate successive, quella purtroppo non mostrò l’interesse che forse la madre auspicava, dei velocissimi "ciao" e nulla di più. Fuggiva sempre. Tempo dopo sua mamma fu molto chiara nel dirmi: “Alessio scusami per l’altra volta, immagino di averti colto alla sprovvista…avevo pensato di presentarti mia figlia…io ci ho provato ma…”
Le risposi che è normale che le opinioni delle madri e delle figlie siano sempre opposte. Quella scoppiò in una bella risata. A onor del vero l’estate scorsa ho visto la biondina insieme ad un milanesino fichetto con l’erre moscia e il ciuffo ingellato. Ho capito allora di non essermi perso proprio nulla.
Non lavorerò più al Beach, ma spero un giorno di poter andare dalla coppia di medici a dar loro notizia di esser riuscito a finire la dannata università. Ci riuscirò?
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15 febbraio 2008, 01:58 - Bagnini
Nucleo era il tipico bagnino spontaneo, un tipo molto semplice nei modi che in un ambiente plasticoso come un cinque stelle risultava esser un po’ troppo naturale, forse anche un po’ rozzo. Il soprannome gli derivava dall’impressionante somiglianza che aveva col “Nucleo” della fortunata coppia “Capsula e Nucleo”. Come il comico di Zelig, era caratterizzato da una folta chioma nera e riccioluta, barba lunga e baffetti. Una specie di pirata metropolitano. Era un armadio, uno sportivo sempre tonico ed attivo, amante dell’azione e del movimento. Era davvero poco attento alle piccolezze e ai dettagli, mal sopportava di doversi inquadrare nei canoni comportamentali propri di quello stabilimento: si prese una clamorosa dose di insulti da Carletto il giorno in cui un signore gli chiese un portacenere e lui gli rispose di spegnere la sigaretta in terra, sotto il lettino.Fece peggio quando fu mandato per la prima volta a retinare la spazzatura in mare, con la barca. Si lanciò tra le onde e si posizionò a prua, in piedi col suo salaio in mano. Passarono i minuti e non si rese però conto di essersi scordato il tappo. Il tappo della barca. Man mano il profilo del natante si fece più esile, lui si spostava con fatica tra i flutti, con lentezza sempre crescente. Gli gridammo di rientrare ma lui preferì restare dove era. Quando la barca fu del tutto sommersa, ritornò a riva a nuoto trascinando dietro di se il relitto con una corda, seminando sul suo tragitto i pochi rifiuti raccolti. Per fortuna i clienti non si accorsero di nulla. Quel pomeriggio le acide vecchiette erano tutte impegnate nelle finali del torneo di bridge, avvenimento per loro fondamentale e di assoluta importanza.
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13 febbraio 2008, 00:12 - Bagnini
Mattia Palestrato proviene da una ricca famiglia, egli è viziato, indolente e irritante. Suo principale passatempo è l’ostentazione continua dei propri averi e della propria enorme libertà d’azione. In estate lavora unicamente per occupare il tempo, nemmeno necessiterebbe dello stipendio, essendo il suo conto in banca assai cospicuo e i suoi genitori con lui molto generosi e ben disposti. L’ultimo natale ad esempio hanno regalato al loro pupillo un Rolex originale da cinquemila euro e passa. Proprio il minimo per un ragazzo che per prendere il diploma di ragioneria ha impiegato nove anni vagando tra i vari istituti privati. Questa è la famosa meritocrazia Italiana. Due anni or sono suo padre aveva acquistato per lui un bar a Genova, tanto per procurargli un impiego fisso. Mattia, annoiato e scontento, dopo soli sei mesi glielo fece rivendere. Pratiche da gestire in velocità, migliaia di euro da maneggiare in scioltezza. Mattia non si cura mai delle proprie responsabilità, tipico del suo atteggiamento è fare il minimo e mai una virgola in più rispetto ai colleghi.Le sue idee politiche sono destriste, un anno, per provare a placare il suo tedio esistenziale, provò ad entrare nell’esercito in ferma breve: dopo pochi mesi lasciò le armi, troppo forte era il suo bisogno di libertà, troppo radicata la sua scarsa propensione a ricevere ordini, troppo labile la sua attitudine ad ubbidire e restare inquadrato in un sistema rigido e severo. Tipico del suo modo di essere è un cameratismo interpretato in maniera molto personale: al Beach Mattia entra nelle cabine dei colleghi e lì mangia, si accomoda, telefona e si fa gli affari propri, essendo la sua di stanzetta, sempre lercia, come già narrato in un precedente post. Approfitta di quanto trova a sua disposizione, bibite, biscotti, scrocca a tutti e mai ricambia, del resto egli è un signore, non ha bisogno di dimostrare niente e non si pone mai problematiche etiche o morali, tutte cose per lui inutili. Scontato del resto che lui possa prendere e mai dare.
Questo suo spirito si fa paradossale ai servizi igienici: egli pretende sempre una persona con cui poter andare in bagno per poter parlare, per poter condividere quel suo particolare momento di intimità. Non immagino minimamente da che razza di trauma infantile derivi questa sua attitudine. Il problema è che per via delle proteine e della creatina che lui assume per la palestra, nel suo organismo circolano gas tossici che all’atto della liberazione rendono assai pestilenziale un’atmosfera chiusa come quella di una toilette. Il suo compagno di defecazione usuale, unico ad essersi ridotto a tanto, è Ste detto l’Orso o anche il Vampiro: i cessi sono uno in fronte all’altro, i due bagnini lasciano le porte aperte, dispongono con cura uno strato di carta igienica sulla tavoletta e una volta seduti ciascuno sulla propria tazza, si guardano l’un l’altro mentre si concentrano in quello sforzo atto alla liberazione degli orrendi prodotti chimici frutto del loro vivere quotidiano. E poi commentano tutti contenti come se fossero ancora in terza asilo.
Il bagnino Mattia ignora completamente le più basilari norme di buona educazione: in qualsiasi luogo egli si trovi e in qualsiasi situazione, sempre si gratta le parti intime, lentamente e vistosamente, senza nemmeno preoccuparsi di non farsi notare. Quando va a farsi la doccia alla fine della giornata, di solito esce dalla cabina completamente nudo e anche quando è sotto il getto d’acqua lascia la porta completamente spalancata, del tutto incurante nei riguardi delle persone intorno. L’immaturo bagnino, da sempre coccolato dai genitori amorevoli, ritengo sia rimasto psicologicamente bloccato all’età di tre anni, quel tempo in cui i bambini al mare rifiutano il costume perché ancora non consapevoli del senso del pudore.
Forse è la complicatissima e fumosa chimica dei suoi reni ad alterare quella del suo cervello, si spiegherebbero così tutti quegli insulsi processi mentali e comportamentali che da lì derivano.
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11 febbraio 2008, 11:19 - Bagnini
Per i bagnini che si sono avvicendati nel corso delle stagioni non è stato facile sopportare le angherie di Carletto il principe dei mostri:egli è un capo servizio arrogante e maleducato, che approfitta della propria posizione per prendersi nel lavoro soddisfazioni che nella vita non riesce a realizzare; tronfio per la raccomandazione proveniente dai livelli alti, che gli assicura libertà e impunità totali, usa toni forti, ripete gesti inconsulti, parla alle spalle di chi è onesto e organizza il lavoro in maniera pessima. Sono stati pochi i ragazzi che hanno saputo resistere più di un’estate: Mattia palestrato, Ste l’Orso ed io abbiam ripetuto l’esperienza per ben sei volte, siamo infatti i veterani; Piccolo Mirko e Truzzodani per due; tutti gli altri una sola. Parecchi quelli che han mollato a metà mandato o dopo qualche mese, costringendo quelli che restavano a saltare i (rari) giorni di riposo e lavorare il doppio.Il record negativo spetta di diritto al bagnino Tranquillo.
Il bagnino Tranquillo lavorò due settimane, poi bello Tranquillo, a dispetto del pienone, se ne andò in mutua per dieci giorni, narrando di una presunta influenza. Al suo ritorno in spiaggia trovò un Carletto furente che lo trattò malissimo. Il bagnino Tranquillo resistette altri due giorni, calmo, meditabondo e taciturno, all’alba del terzo arrivò trafelato, raccontando di non aver dormito quella notte per l’improvviso ricovero in ospedale della madre. Avrebbe mollato il lavoro al termine della giornata, perché, così ci disse, aveva ovviamente la necessità di restare con la mamma per poterle dare assistenza continua; gli consigliai di non aspettare la sera e di andar via subito se la situazione era davvero così grave e lui decise di darmi retta. Carletto non gli spiegò nemmeno che per essersi licenziato senza preavviso, gli avrebbero decurtato dieci giorni di stipendio. Il bagnino Tranquillo raccolse le sue cose in cabina, venne a salutarci, non del tutto convinto si voltò un paio di volte e se ne andò.
Il pomeriggio stesso, fu avvistato in un negozio di sport, mentre si comprava pinne e maschera, Tranquillo, come se nulla di quanto narrato fosse accaduto. Il giorno successivo e i seguenti fu riconosciuto in una spiaggia vicina, dedito alle sue immersioni e alla pesca subacquea. Tranquillo.
Avrebbe fatto prima a dirci che non si trovava bene in quell’ambiente e che semplicemente voleva lasciar perdere, che come cosa sarebbe stata peraltro ben ben comprensibile.
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Mao è noto per essere il bagnino serio. Insegnante ed esaminatore per la società italiana di salvamento. Istruttore di nuoto, di palestra, di fitness, di spinning e di parecchie altre discipline. Plurimedagliato al valore per via degli innumerevoli salvataggi compiuti durante la sua lunga carriera. Ex universitario ed ex pallanuotista, con una passione sfrenata per il mare e per il mestiere del guardaspiaggia. Due metri, slanciato, agile, sempre concentrato e attento ai particolari, alle situazioni da risolvere con facilità e a quelle da lasciar scorrere in maniera naturale. Mai un errore. Una persona semplice, modesta, gentile e disponibile con tutti, sempre educata, calma, pronta all’ascolto. Esponente massimo del sommo professionismo: un’arte cosmica, un marchio distintivo che traspare, un ideale da seguire, in ogni momento, in ogni luogo, in ogni tempo. Si tratta di una certezza. Cos’è il professionismo: classe, stile, fermezza, eleganza, maestria, controllo, carattere, tenacia. Equilibrio mentale e fisico. Uno stato che conduce l’aspirante professionista ad essere realizzato ma cosciente della costante possibilità del miglioramento innanzi. Si tratta di consapevolezza, di presenza mentale, di lealtà nei rapporti interpersonali, di lucidità. Di umiltà.
Mao è noto per esser un professionista vero. Abituato a sfidare il mare, a mettersi alla prova, a vincere le onde, alla necessità di sentire stimoli. Mal sopportava quello stabilimento retrogrado e vecchio, ove i bagnini sono bloccati in una serie di ritmi insulsi. Terribile per lui era soprattutto la figura del nostro capo servizio, sempre rude, sempre dispotico, sempre grezzo, un essere per nulla professionale, né umanamente, né sul lavoro, che mal gestisce quella spiaggia, ma benissimo il suo portafogli. Tipico di Carletto è mettere l’apparenza dinanzi la concretezza: egli fa si che i suoi dipendenti sacrifichino i compiti propri della figura del bagnino per cose di altro genere, di superficie, di servizio, di ricamo. Così l’osservazione delle persone in mare è secondaria rispetto alla pulizia dei portacenere, tanto per fare un esempio. Mao con pazienza riuscì ad individuare alcune pecche e a risolverne qualcuna, all’ombra di quel personaggio inetto, attaccato solamente al proprio ruolo, al denaro e alla propria posizione. E allo svilimento dei suoi dipendenti, suo unico passatempo.
Numerosi gli episodi in cui Mao si distinse: una volta Ste l’Orso ed io eravamo alla balaustra a parlare di Olimpiadi e altre sciocchezze, bruciati per il caldo, tormentati dall’afa: ad un tratto lo scorgemmo che già era in acqua in piscina, teneva in braccio una bambina. Quella stava affogando e noi nemmeno ce ne eravamo accorti. Quando uscì dall’acqua ci incenerì con uno sguardo gelido e con poche parole, pronunciate a bassa voce ma con severità: “Basta un attimo…”.
Quella clientela snob,arrogante e falsa, era terribile per lui,che era abituato a normali rapporti di cordialità,umanità e spontaneità. Eppure sempre si dedicò ai compiti che gli venivano assegnati, anche a quelli più colossali: una volta due vecchietti gobbi e contorti si lamentarono di uno scoglio situato a un metro da una delle scalette a mare,in acqua. Carletto con superficialità e supponenza dispose quella roccia venisse eliminata. In anni e anni di capi-bagnini,di spiagge, di scenette, mai si era sentita una cosa tanto idiota: anche sol pensare di poter levare gli scogli dal mare equivale ad una follia. Eppure Mao, sebbene perplesso, ligio al dovere, provò ugualmente. Armato di un grosso martello, riuscì a spaccare la roccia e ad eliminarne una buona metà, stando una giornata intera sotto il sole. I vecchietti nemmeno lo ringraziarono. Carletto tronfio e immaturo sulla sua panchetta nel compiacersi per aver affidato un compito tanto insulso ad una persona tanto superiore a lui. Mao non riuscì a finire la stagione, logorato diede le dimissioni tre settimane prima della fine del contratto. Un nuovo lavoro e un cambiamento di vita incombevano per lui e giustamente non vedeva l’ora di iniziare. E troppo pesanti e erano state per lui le angherie del principe dei mostri. In anni e anni era quella la prima volta che non terminava un mandato. Per me restò ugualmente un modello che nemmeno lontanamente riuscii ad imitare, nonostante gli sforzi.
Mao è noto per esser un professionista vero. Abituato a sfidare il mare, a mettersi alla prova, a vincere le onde, alla necessità di sentire stimoli. Mal sopportava quello stabilimento retrogrado e vecchio, ove i bagnini sono bloccati in una serie di ritmi insulsi. Terribile per lui era soprattutto la figura del nostro capo servizio, sempre rude, sempre dispotico, sempre grezzo, un essere per nulla professionale, né umanamente, né sul lavoro, che mal gestisce quella spiaggia, ma benissimo il suo portafogli. Tipico di Carletto è mettere l’apparenza dinanzi la concretezza: egli fa si che i suoi dipendenti sacrifichino i compiti propri della figura del bagnino per cose di altro genere, di superficie, di servizio, di ricamo. Così l’osservazione delle persone in mare è secondaria rispetto alla pulizia dei portacenere, tanto per fare un esempio. Mao con pazienza riuscì ad individuare alcune pecche e a risolverne qualcuna, all’ombra di quel personaggio inetto, attaccato solamente al proprio ruolo, al denaro e alla propria posizione. E allo svilimento dei suoi dipendenti, suo unico passatempo.
Numerosi gli episodi in cui Mao si distinse: una volta Ste l’Orso ed io eravamo alla balaustra a parlare di Olimpiadi e altre sciocchezze, bruciati per il caldo, tormentati dall’afa: ad un tratto lo scorgemmo che già era in acqua in piscina, teneva in braccio una bambina. Quella stava affogando e noi nemmeno ce ne eravamo accorti. Quando uscì dall’acqua ci incenerì con uno sguardo gelido e con poche parole, pronunciate a bassa voce ma con severità: “Basta un attimo…”.
Quella clientela snob,arrogante e falsa, era terribile per lui,che era abituato a normali rapporti di cordialità,umanità e spontaneità. Eppure sempre si dedicò ai compiti che gli venivano assegnati, anche a quelli più colossali: una volta due vecchietti gobbi e contorti si lamentarono di uno scoglio situato a un metro da una delle scalette a mare,in acqua. Carletto con superficialità e supponenza dispose quella roccia venisse eliminata. In anni e anni di capi-bagnini,di spiagge, di scenette, mai si era sentita una cosa tanto idiota: anche sol pensare di poter levare gli scogli dal mare equivale ad una follia. Eppure Mao, sebbene perplesso, ligio al dovere, provò ugualmente. Armato di un grosso martello, riuscì a spaccare la roccia e ad eliminarne una buona metà, stando una giornata intera sotto il sole. I vecchietti nemmeno lo ringraziarono. Carletto tronfio e immaturo sulla sua panchetta nel compiacersi per aver affidato un compito tanto insulso ad una persona tanto superiore a lui. Mao non riuscì a finire la stagione, logorato diede le dimissioni tre settimane prima della fine del contratto. Un nuovo lavoro e un cambiamento di vita incombevano per lui e giustamente non vedeva l’ora di iniziare. E troppo pesanti e erano state per lui le angherie del principe dei mostri. In anni e anni era quella la prima volta che non terminava un mandato. Per me restò ugualmente un modello che nemmeno lontanamente riuscii ad imitare, nonostante gli sforzi.
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Cri “the Cat” ha militato nel Camogli in serie A1 per alcuni anni: è famoso nell’ambiente acquatico per aver sfidato durante un allenamento, quello che allora era il suo compagno di squadra Aleksandar Sapic, leggenda vivente della pallanuoto. Sapic è tuttora idolatrato nel suo paese natale, è famoso a livello mondiale. Un giocatore che imponeva gli schemi all’allenatore, che decideva da solo le sorti di una partita.
Cri, che era portiere di riserva, un giorno lo sfidò: dieci rigori, mille euro contro cento. Sapic li realizzò tutti e dieci e si intascò cento euro. Se Cri ne avesse parato soltanto uno, Sapic avrebbe dovuto dargliene mille. Un video a testimonianza dell’evento. Con quell’atto sconsiderato Cri si assicurò però il rispetto del fuoriclasse.
Un episodio che rende l’idea della caratura del personaggio in questione.
Cri, che era portiere di riserva, un giorno lo sfidò: dieci rigori, mille euro contro cento. Sapic li realizzò tutti e dieci e si intascò cento euro. Se Cri ne avesse parato soltanto uno, Sapic avrebbe dovuto dargliene mille. Un video a testimonianza dell’evento. Con quell’atto sconsiderato Cri si assicurò però il rispetto del fuoriclasse.
Un episodio che rende l’idea della caratura del personaggio in questione.
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Quell’estate avevamo avuto ospite in spiaggia, per la stagione intera, una trentenne mora, capelli lisci e lunghi,occhi scuri profondi, era magra e slanciata. Uno sprazzo di gioventù in quell’ospizio odoroso di muffa e polvere. La fanciulla se la tirava incredibilmente, in mezzo all’orda di vecchiette rugose e acide. Di suo non era quel gran che,ma li in mezzo risaltava,sebbene si uniformasse perfettamente, in quel clima snob e altezzoso. Apparteneva alla Genova borghese,la Genova elitaria chiusa e saccente. La puzza sotto il naso,i modi distinti,l’eleganza nei gesti sempre mostrata in maniera lampante e cosciente. Un'avvocatessa abituata a vincere, orgogliosa, dal dialogo schietto e deciso.
Cri flirtò con lei dal primo all’ultimo giorno,senza mai esporsi, senza mai concedersi. Lei lo guardava rapita, lui manteneva le distanze, lei però non mollava. Restavano sotto l’ombrellone lunghi minuti e lui faceva passare così il suo tempo. Riuscì a tenerla sulle spine per tre mesi e alla fine del suo contratto,al trenta di agosto lui se ne andò via senza voltarsi e nemmeno passò a salutarla. A fine settembre, al termine dell’abbonamento stagionale, lei prese le sue cose dalla cabina e fuggì via con passo svelto,l’espressione decisa e seria, l’occhio triste.
Tutta quella robustezza caratteriale e sociale, visibilmente crepata.
Cri flirtò con lei dal primo all’ultimo giorno,senza mai esporsi, senza mai concedersi. Lei lo guardava rapita, lui manteneva le distanze, lei però non mollava. Restavano sotto l’ombrellone lunghi minuti e lui faceva passare così il suo tempo. Riuscì a tenerla sulle spine per tre mesi e alla fine del suo contratto,al trenta di agosto lui se ne andò via senza voltarsi e nemmeno passò a salutarla. A fine settembre, al termine dell’abbonamento stagionale, lei prese le sue cose dalla cabina e fuggì via con passo svelto,l’espressione decisa e seria, l’occhio triste.
Tutta quella robustezza caratteriale e sociale, visibilmente crepata.
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31 gennaio 2008, 14:17 - Bagnini
Cri “the Cat” Plaza lavorò con me durante la mia quarta stagione ai bagni. Veniva da un periodo travagliato, lui e la sua ragazza si eran lasciati da poco tempo, dopo una lunga convivenza, avrebbero dovuto sposarsi,la chiesa era già stata scelta, ma il tutto poi era sfumato, lei era fuggita all’improvviso. Lui lasciava trapelare solo a tratti il tumulto che aveva dentro. Ma il vigore e quell’energia repressi sfociavano inevitabilmente nelle sue azioni quotidiane e il risultato spesso era straripante. Gli anni trascorsi in vasca a giocare a pallanuoto lo avevan formato visibilmente,si trattava di un armadio definito e robusto, agile e lesto. Astuto e attento nei rapporti interpersonali,una persona sveglia. Sul lavoro era sfacciato,ma sempre educato. Modi sciolti, parlantina vispa, riflessi pronti. Abituato com’era ad allenatori e arbitri. Del tutto indolente, e volutamente, rispetto a quel che accadeva intorno a lui.Praticamente, per quattro mesi, ha fatto finta di non conoscere la lingua inglese, che invece conosceva perfettamente: questo per dar fastidio a Carletto il principe dei mostri e forse anche perchè io a giugno gli avevo rivelato che mi piaceva colloquiare con gli stranieri,che mi divertivo nel farlo. Risultato: qualsiasi britannico o tedesco arrivasse, lui lo recapitava con ampi gesti al sottoscritto, anche nei momenti di affluenza incontrollata e delirante, quel folle riusciva a restare immerso nella parte che aveva deciso di interpretare,ma con una lucidità e una presenza mentale tanto sistematica quanto disarmante,tanto era precisa e puntuale e perfetta. Io stesso,ben più di una volta, son rimasto allibito e perplesso dinanzi la sua folle linearità. Ricordo di aver gestito una quantità di clienti tre volte superiore la norma quell’estate, grazie a lui.
Carletto il principe dei mostri,dopo qualche settimana lo aveva elegantemente definito “un gatto nero attaccato ai maroni”. Cri sotto il sole si impigriva,immerso com’era in quel ruolo ozioso che si era ritagliato,indossava i panni di quello un po’ svampito, faceva finta di non veder arrivare i clienti, si faceva richiamare, dava risposte taglienti, col sorriso obliquo e l’aria ingenua e impunita. Se ne approfittava. Fuggiva i lavori pesanti, lamentando continui dolori e dolorini. Eppure era potente,una volta aveva addirittura tolto la scala grossa da solo. Nel mese di agosto trovò rifugio e quiete nella terrazza a mare,zona che divenne limitata a lui solo. Lontano dalla gestione della clientela, in una dimensione acquatica a lui decisamente più consona.
Non andava d’accordo con Mattia palestrato e nemmeno con Ste l’Orso. I due si erano legati al dito una vicenda. Un pomeriggio,a trenta minuti dall’ora di chiusura, tre ragazze russe avevano iniziato a sbracciarsi dalla zattera al largo, lamentando la presunta presenza di un branco di terribili e letali meduse, o presunte tali. Cri impiegò pochi secondi davvero, nel tirare giù la barca dal soppalco,nel metterla in acqua e nell’andarle a salvare da solo, scavalcando i due che già lo detestavano e tradendo clamorosamente quello stato di indolenza che aveva fatto suo. Peraltro andò anche contro il rude Carletto, che voleva (seriamente) che le lasciassimo sulla boa.
Quasi tutte le sere Cri ed io ci fermavamo allo stabilimento ad allenarci. Lavoravamo dodici ore ogni giorno, tutti i giorni, correndo continuamente su e giù per scale e scale, e ancora un’ora, non paghi, restavamo a fare piegamenti,addominali,trazioni alla sbarra,stretching. A nuotare,a fare palleggi. Lui aveva bisogno di tenersi in tono,per esser pronto alla ripresa del campionato. Io avevo la necessità vitale di riprender a far movimento in maniera corretta: Cri è stato forse l’unico allenatore che ha saputo rimotivarmi. Ero diventato il suo alleato, la sua spalla. Per lui ero l’Intellettuale, l’Uomo da battere. Una volta chiese il numero di telefono ad una receptionist austriaca che era in stage in albergo. Mi chiese di fargli da palo, non fosse che si piazzò a parlar con la fanciulla proprio davanti all’ufficio del direttore dell’albergo. Rimasi qualche minuto a chiedermi in che modo potevo fare il palo,ma non trovai soluzione, me ne tornai quindi al lavoro.
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31 gennaio 2008, 01:57 - Bagnini
La cabina ove Mattia palestrato, in estate, si cambia ogni mattina e ogni sera è un ambiente decisamente insano. Lui in essa custodisce materiali di ogni tipo.Barattoli di creatina, di proteine, cestelli di acqua.
Schiume, balsami, creme e unguenti per il corpo.
Cibi in scatola, frutta di vario di genere, pacchi di barrette ipocaloriche.
Men’s health e Quattroruote vari, fregati perlopiù a milanesotti incuranti e sfogliati all’ombra ristoratrice nei ritagli di tempo.
Sul pavimento, da maggio a settembre, si accumula in maniera naturale e continua uno strato informe di oggetti e sostanze che fermentano: bucce di banana lasciate a marcire, confezioni vuote di crema solare, scatolette di tonno con l’olio colante sparso ovunque, asciugamani sporchi adibiti ad uso-tappetino, mutande nere ma per via dei reni affaticati e delle fughe al cesso di Mattia, mutande che lui non porta a casa a lavare e però nemmeno butta via.
Sulla sua panca uno stereo malfunzionante e ingombrante che non usa mai, con all’interno una sola compilation di musica dico-dance anni novanta di cui lui si fregia orgoglioso, perché regalo di una sua ex fiamma, la quale sulla copertina del cd gli aveva anche scritto “Matti tvtttb” circondando il tutto con cuoricini e punti esclamativi.
Certe mattine il numero dei teli-mare rovesciati in terra è spropositato: questo avviene quando nella notte, lui trascina nei corridoi bui qualche ignara fanciulla. L’indomani, le stesse spugne adibite fino a poche ore prima ad uso-giaciglio, lui le ripiega con cura e le da sorridendo ai clienti cinque stelle.
L’aria è sempre spessa e viziata. Mosche e vespe abitano quell’ambiente maleodorante. Talune volte alcuni esseri strisciano. Ma Mattia, a sentirlo parlare, non si formalizza, poiché è stato nell’esercito per un anno ed è quindi abituato a condizioni sfavorevoli. Peccato che per mangiare e per cambiarsi, venga sempre nella mia di cabina, che al contrario è sempre linda e disinfettata.
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29 gennaio 2008, 20:06 - Bagnini
In quanto palestrato creatinico narcisista, il bagnino Mattia è uso alla depilazione totale del suo corpo gonfiato. La scorsa estate una bella mattina si presentò al lavoro con un sacchettino inusuale: all’interno un set completo di lame,strisce-strap e balsami di tutto rispetto. Con maschio orgoglio destrista mi mostrò anche una crema idratante allo zucchero filato (giuro) acquistata dopo un’accurata ricerca in una delle più prestigiose profumerie di Genova, oltretutto a caro prezzo.Così prima di cambiarsi per entrare in servizio,alla fine dei lavori mattutini, il giovane si chiuse in doccia e procedette all’eliminazione di tutto il pelo presente sulla sua pelle. Terminato il procedimento, venne a mostrarci l’opera, fiero e gasato per il colorito violaceo che aveva ovunque. Mancava ancora una parte però, quella pubica: ad essa si dedicò al termine della giornata, chiese a me e a Ste L’Orso se volevamo assistere ma ci rifiutammo-abbastanza schifati per la proposta.
Due giorni dopo Mattia zoppicava gobbo e ansimante, la ricrescita nella zona inguinale e nelle parti intime rendeva ogni suo minimo movimento una tortura infernale. Per una settimana intera, ogni singolo scalino equivalse per lui a vette di dolore puro.
Non solo. Le gambe doveva essersele depilate troppo in fretta in quel bagno, o forse sbagliò qualche passo, o forse i prodotti usati non erano così di livello, o forse ancora la sua pessima alimentazione e il caldo diedero il via a reazioni strane: gli spuntarono bubboni enormi sui polpacci e sui quadricipiti, brigole che curò in fretta e furia con applicazioni ripetute di acqua ossigenata e mercurio cromo.
Si mostrò comunque tronfio e fiero del risultato ottenuto, troppo edonista per vedersi orrendo, troppo pieno di sé per ammettere gli errori. Nonostante quelle chiazze rosse e nere sulle gambe che rimasero giorni e giorni, nonostante il respiro affannoso e le fitte e le smorfie. Raccontammo ai clienti che Mattia si era semplicemente preso il vaiolo.
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28 gennaio 2008, 23:51 - Bagnini
L'ex collega Cri “The Cat” Plaza, ex pallanuotista e portiere di A1 di grande fama, qualche estate fa mi propose di provare a inviare foto e curriculum insieme a lui, per partecipare al format Costanzo-DeFilippiano “Uomini&Donne”. Lui all’epoca era molto amico di una ragazza di Genova che è stata tronista per qualche settimana, a suo dire lei ci avrebbe fatti entrare facilmente. Aveva pensato a questa cosa non per una passione smodata nei confronti del programma, nemmeno per esibizionismo, ma perché a suo giudizio io e lui eravamo due personaggi incredibili, dal carisma praticamente epico e meritavamo quindi la fatal gloria delle cronache televisive.Mi spiegò come funzionava la trafila, già sospettavo di mio i meccanismi intrinseci e non che ci volesse tanto, ma averne avuto conferma è stato piacevole, per quella che è la mia bassa anzi bassissima opinione di quel mondo corrotto: passato il provino, quelli della redazione chiedono all’aspirante se è in grado o meno di interpretare un personaggio suo, in caso negativo son gli autori a fornirne uno. Inutile dire che le storie seguono un canovaccio fisso, sul quale gli “interpreti” improvvisano poco e malamente, per il ludibrio e la goduria del fedele pubblico a casa.
Risposi a Cri “The Cat” che si poteva provare a inoltrare i curricula solamente ad una condizione: qualora ci avessero presi, nel bel mezzo della trasmissione io mi sarei alzato in piedi e lui mi avrebbe seguito serio serio, saremmo andati in mezzo al palco e avremmo iniziato a insultare pesantemente le spettatrici attonite (e gli spettatori), sottolineando con profondo phatos quanto grande sia la necessità del ripopolamento delle piazze, delle spiagge, dei prati, delle vie, quanto grave sia il vuoto di comunicazione tra le persone al giorno d’oggi, quanto sia prioritario l’annullamento del manto ipnotico mediatico, quanto sia doveroso il recupero del gusto della lettura.
Lui mi disse che mi aveva fatto quella proposta proprio perché si aspettava da me una risposta di tal peso. Si trattava di accollarsi parte del destino di una nazione. Eroicamente, avremmo fatto la nostra parte contro il medioevo culturale in cui siamo tristemente immersi. E magari nel mentre avremmo anche sfasciato lo studio, colti da raptus Olimpico.
Ci ricordammo però che le puntate venivan registrate, tagliate, rimontate e ci rendemmo conto che il nostro progetto sarebbe stato inutile e vano.
Lasciammo perdere tristemente e impotenti lasciammo che l’Italia continuasse ad andare in rovina.
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Si presentò allo stabilimento una famigliola di Russi,mamma,papà e figliola sui diciotto,una ragazza apparentemente normale ma dall’ormone assai vispo. Stettero tre settimane,avevano due suite extra lusso; avevamo fatto una stima approssimativa della spesa corrispondente ai costi della loro vacanzina, calcolo comprensivo di stanze,ristoranti,aereo, prima classe,e cose varie: cinquantamila euri circa,minimo. I tre si posizionavano in una terrazza più in basso rispetto alla postazione all’ingresso dei bagnini,già dai primi giorni,ci eravam accorti,che la giovane,era sempre rigirata con la testa all’insù a rimirare,a controllare e a scrutare. Seguiva in particolare i movimenti del giovane Truzzodani,bagnino tanto tamarro quanto palestrato, tanto amante della kick boxe quanto bruciato nel cervello. Un ragazzo però spontaneo,semplice,di valori positivi. Nel complesso,ampiamente fulminato nonché ruvidamente alla moda. Lei non solo lo seguiva con lo sguardo,ma in tempo breve iniziò anche a pedinarlo,appostandosi in punti tattici per non essere vista, per poterlo contemplare e ammirare continuamente.
Per nulla intimidita, dopo alcuni giorni lo fermò e sorridendo gli diede un bigliettino con su scritto sopra il suo nome e il suo numero di cellulare,comprensivo di tutti i prefissi internazionali possibili e immaginabili. Si chiamava Dasha. Truzzodani che non spiccicava una parola di inglese e che per nulla era attratto dalla fanciulla, prese il foglietto con fare scocciato e assumendo il tipico atteggiamento di colui che si vuol far desiderare, bofonchiò uno strascicato thank-you e sentendosi braccato, scappò via ,senza nemmeno voltarsi,senza nemmeno elargire un ciao o un hello. Nelle giornate successive Truzzodani si tenne a distanza,le girò al largo,decisamente poco interessato all’interazione. Lei sempre dedita all’osservazione,continuava a fissarlo,a venerarlo. Si percepiva però la sofferenza della fanciulla,era in attesa di un segnale,di una risposta,di un minimo gesto. Gli occhi colmi di amore e di speranza. Faceva davvero tenerezza.
Dopo una settimana di tormento interiore,con gli occhi lucidi Dasha andò da Piccolo Mirko, linguista di ruolo,a chiedere il perché del fare elusivo di colui che lei chiamava Dèniel. Mirko prese tempo,le rispose poi che Truzzodani non era fidanzato,ma che forse aveva un’altra persona in testa,cercò di essere delicato,intuendo il dramma che si stava consumando,a dispetto dell’apparenza semplice della vicenda. Dasha parlava e si muoveva con i modi freddi e decisi tipici della sua gente,ma nascondeva dentro un’enorme fragilità. Ferita dalla comunicazione,trascorse i giorni successivi a piangere,disperata, sulla sua sdraio,ore e ore. Fiumi di lacrime. Non una nuotata,non un gelato,non un sorriso. Truzzodani nascose l’ovvio imbarazzo mostrando un’indifferenza bieca,ma sotto sotto si celava una timidezza enorme.
Ma l’intensità del sentimento era troppo forte. Allo scoccare dell’ultimo pomeriggio di vacanza, Dasha raccolse tutto il suo coraggio,catalizzò tutta la sua forza e colse l’attimo: entrò nell’office di Carletto il principe dei mostri e chiese di poter parlare con il suo amato. Truzzodani fu convocato per la soddisfazione dei presenti,clienti e bagnini: tutto lo stabilimento a guardare,la discrezione un fattore ignoto. A dispetto dell’atteggiamento spavaldo che ostentava,Daniele era visibilmente intimidito, passivo e impotente. Non poteva più scappare, doveva affrontarla.
Dasha gli parlò in inglese e fu dolce e sincera. Dannatamente umana,nessun atteggiamento costruito,nessuna finzione: gli disse che anche se avevan parlato poco le aveva fatto piacere conoscerlo,che era molto dispiaciuta di partire,che era stata contenta di esser venuta in Italia. Lui appoggiato alla ringhiera,moccicava il chewingum nervosamente,per il resto immobile,terrorizzato,vergognosissimo,occhiali a mascherina piantati in faccia,nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi,non un sussulto,non una parola. Lei un po’ rigida sulle prime e via via più naturale. Lui non capiva una parola,o forse faceva finta,ogni tanto si girava verso di noi,imbarazzatissimo,per chiedere aiuto,per cercare una via di fuga. Andò Mirko a far da traduttore,da interprete,da mediatore...ma i risultati ottenuti furono scarsi. Dopo un po’ lei andò via,con gli occhi lucidi,Truzzodani andò a nascondersi . Noi impressionati,per la dimostrazione di carattere della ragazza. Un coraggio simile,mai e poi mai,nessuno di noi,lo avrebbe mai avuto. Coraggio o forse incoscienza o forse follia.
Dopo un venti minuti,Dasha riapparve,stavolta distesa,sorridente,liberata,chiedendo di poter parlare ancora con Daniele,per potergli dire le ultime cose,prima dell’addio. Quel bastardo infame di Carletto,che per tutta la durata della vicenda aveva riso con fragore,ebbe la faccia tosta,di darle un foglietto di carta recante il numero di telefono del bagnino. Lei ringraziò commossa,con educazione disse che era un gesto bellissimo ma che il numero di telefono del suo amato lo avrebbe accettato solamente se fosse stato lui in persona a darglielo.
Non pago l’immaturo capobagnino insistette, ma lei rifiutò ancora,mostrando una nobiltà d’animo decisamente superiore. Carletto ovviamente nemmeno ebbe l’onestà di ammettere la lezione di vita che si era appena preso.
Scovai Daniele rinchiuso in una cabina e lo trascinai dalla ragazza per le orecchie. Gli suggerii di esser più rilassato,visto che lei voleva soltanto salutarlo in fondo. Dasha,senza più freni inibitori,gli disse che non poteva partire senza di lui. Mirko ancora a tradurre. Il giovane farfugliò qualcosa,trincerato dietro i suoi occhiali modello uomo-mosca,aggrappato alla balaustra con le unghie,nervosissimo. Lei se ne andò sconsolata,con gli occhi bassi,ma finalmente distesa e serena. Nessuna remora. Truzzodani a quel punto corse via smascellando ancora il suo chewingum e noi lo lasciammo andare.
Per nulla intimidita, dopo alcuni giorni lo fermò e sorridendo gli diede un bigliettino con su scritto sopra il suo nome e il suo numero di cellulare,comprensivo di tutti i prefissi internazionali possibili e immaginabili. Si chiamava Dasha. Truzzodani che non spiccicava una parola di inglese e che per nulla era attratto dalla fanciulla, prese il foglietto con fare scocciato e assumendo il tipico atteggiamento di colui che si vuol far desiderare, bofonchiò uno strascicato thank-you e sentendosi braccato, scappò via ,senza nemmeno voltarsi,senza nemmeno elargire un ciao o un hello. Nelle giornate successive Truzzodani si tenne a distanza,le girò al largo,decisamente poco interessato all’interazione. Lei sempre dedita all’osservazione,continuava a fissarlo,a venerarlo. Si percepiva però la sofferenza della fanciulla,era in attesa di un segnale,di una risposta,di un minimo gesto. Gli occhi colmi di amore e di speranza. Faceva davvero tenerezza.
Dopo una settimana di tormento interiore,con gli occhi lucidi Dasha andò da Piccolo Mirko, linguista di ruolo,a chiedere il perché del fare elusivo di colui che lei chiamava Dèniel. Mirko prese tempo,le rispose poi che Truzzodani non era fidanzato,ma che forse aveva un’altra persona in testa,cercò di essere delicato,intuendo il dramma che si stava consumando,a dispetto dell’apparenza semplice della vicenda. Dasha parlava e si muoveva con i modi freddi e decisi tipici della sua gente,ma nascondeva dentro un’enorme fragilità. Ferita dalla comunicazione,trascorse i giorni successivi a piangere,disperata, sulla sua sdraio,ore e ore. Fiumi di lacrime. Non una nuotata,non un gelato,non un sorriso. Truzzodani nascose l’ovvio imbarazzo mostrando un’indifferenza bieca,ma sotto sotto si celava una timidezza enorme.
Ma l’intensità del sentimento era troppo forte. Allo scoccare dell’ultimo pomeriggio di vacanza, Dasha raccolse tutto il suo coraggio,catalizzò tutta la sua forza e colse l’attimo: entrò nell’office di Carletto il principe dei mostri e chiese di poter parlare con il suo amato. Truzzodani fu convocato per la soddisfazione dei presenti,clienti e bagnini: tutto lo stabilimento a guardare,la discrezione un fattore ignoto. A dispetto dell’atteggiamento spavaldo che ostentava,Daniele era visibilmente intimidito, passivo e impotente. Non poteva più scappare, doveva affrontarla.
Dasha gli parlò in inglese e fu dolce e sincera. Dannatamente umana,nessun atteggiamento costruito,nessuna finzione: gli disse che anche se avevan parlato poco le aveva fatto piacere conoscerlo,che era molto dispiaciuta di partire,che era stata contenta di esser venuta in Italia. Lui appoggiato alla ringhiera,moccicava il chewingum nervosamente,per il resto immobile,terrorizzato,vergognosissimo,occhiali a mascherina piantati in faccia,nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi,non un sussulto,non una parola. Lei un po’ rigida sulle prime e via via più naturale. Lui non capiva una parola,o forse faceva finta,ogni tanto si girava verso di noi,imbarazzatissimo,per chiedere aiuto,per cercare una via di fuga. Andò Mirko a far da traduttore,da interprete,da mediatore...ma i risultati ottenuti furono scarsi. Dopo un po’ lei andò via,con gli occhi lucidi,Truzzodani andò a nascondersi . Noi impressionati,per la dimostrazione di carattere della ragazza. Un coraggio simile,mai e poi mai,nessuno di noi,lo avrebbe mai avuto. Coraggio o forse incoscienza o forse follia.
Dopo un venti minuti,Dasha riapparve,stavolta distesa,sorridente,liberata,chiedendo di poter parlare ancora con Daniele,per potergli dire le ultime cose,prima dell’addio. Quel bastardo infame di Carletto,che per tutta la durata della vicenda aveva riso con fragore,ebbe la faccia tosta,di darle un foglietto di carta recante il numero di telefono del bagnino. Lei ringraziò commossa,con educazione disse che era un gesto bellissimo ma che il numero di telefono del suo amato lo avrebbe accettato solamente se fosse stato lui in persona a darglielo.
Non pago l’immaturo capobagnino insistette, ma lei rifiutò ancora,mostrando una nobiltà d’animo decisamente superiore. Carletto ovviamente nemmeno ebbe l’onestà di ammettere la lezione di vita che si era appena preso.
Scovai Daniele rinchiuso in una cabina e lo trascinai dalla ragazza per le orecchie. Gli suggerii di esser più rilassato,visto che lei voleva soltanto salutarlo in fondo. Dasha,senza più freni inibitori,gli disse che non poteva partire senza di lui. Mirko ancora a tradurre. Il giovane farfugliò qualcosa,trincerato dietro i suoi occhiali modello uomo-mosca,aggrappato alla balaustra con le unghie,nervosissimo. Lei se ne andò sconsolata,con gli occhi bassi,ma finalmente distesa e serena. Nessuna remora. Truzzodani a quel punto corse via smascellando ancora il suo chewingum e noi lo lasciammo andare.
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30 dicembre 2007, 14:16 - Bagnini
Mattia palestrato ospita spesso a dormire in casa sua,la fidanzata Robbie.Al mattino,di solito,i due vengono svegliati dalla mamma di Mattia,che entra silenziosamente nella camera,fa un lieve “pat-pat” sulla spalla del figlio e proferisce con voce sempre dolce,docile e leggera...questo: “Svegliaaa conigliettiii…”.
Che poi,il termine “coniglietti” non credo sia tanto casuale.
Io un risveglio così non l’ho mai avuto,dipendo da una vita da suonerie fastidiosissime.
Pensavo di farmi ospitare anche io,qualche volta. Venite anche voi? Dai,tutti insieme appassionatamente.
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30 dicembre 2007, 14:08 - Bagnini
Ho avuto il privilegio di conoscere Mitch durante la mia seconda stagione da lifeguard. Avevo appena diciannove anni. Si trattava di un ex pugile,ex paracadutista,ex body builder sui trentacinque. Capello media lunghezza castano. Tatuaggio sulla spalla. Sassofonista,surfer,geometra. Precisione e potenza. Il classico che si atteggiava da vicecapo,benché questo suo presunto ruolo non fosse riconosciuto né previsto. Dava ordini a muso duro a noi ragazzi ingenui e poi si imboscava nell’ombra a fumare sigarette e sigarette e probabilmente anche qualche cannetta. Si innervosiva di niente,balbettava a tratti,accumulava di minuto in minuto un nervosismo a dir poco visibile che lo condizionava nell’umore e nella resa lavorativa. Benché come bagnino,di suo,fosse davvero bravo,spontaneo e naturale. Ma non si ritrovava in quell’ambiente e si rendeva protagonista di atti irripetibili. Era un leone in gabbia.Non appena poteva,fuggiva e si prendeva una mezza giornata libera. Era molto poetico nel farlo. Quando decideva,ossia quando il lampo gli balenava nella mente e negli occhi,si affacciava alla balaustra facendosi largo a manate,scrutava con attenzione meticolosa il mare e la forza delle onde,sentiva l’intensità del vento e si limitava quindi a sibilare un sottile “C’è vento…” che lasciava intendere tutte le sue azioni successive. Senza neanche batter ciglio,andava a cambiarsi e usciva dalla porta di servizio,con fare rapito e invasato,lo sguardo del pazzo. Non appena varcato il cancello del Beach club infatti,si fiondava a Lavagna a fare windsurf, tra rovesciamenti e salti e capriole,degno sfogo dell’enorme energia inespressa che aveva dentro di sé.
In giro per le terrazze del Beach,non riusciva proprio a sopportare,né a riconoscere l’autorità di Carletto il principe dei mostri,ossia il capo servizio di ruolo,che con lui era molto più che astioso,visti i suoi continui atteggiamenti insensati e incontrollati. Al secondo o al massimo al terzo richiamo,Mitch si accendeva,saliva sulla lancia di salvataggio e si dedicava a continue ronde,volte al prelevamento di meduse o spazzatura,oppure al controllo dello sbarramento per verificare le eventuali riparazioni da fare. Il punto è che si lanciava con qualsiasi tipo di condizione ondosa,nonostante gli scogli e l’assenza di una battigia vera e propria.
L’altro mio collega di allora, Francesco detto “Il maresciallo”,era solito ripetere in quei casi la frase “è fuori,è fuori”,con tono allibito e inerme,oppure anche “è completamente partito”. E Mitch era veramente fuori di testa. Una volta,rientrando con un mare pauroso,la barca l’aveva del tutto sfasciata sugli scogli,bestemmiando e urlando. Lo sdegno dell’impettito e nobile popolo balneare a cinque stelle. Un’altra volta,ma a terra,si era sfracellato giù per le scale di una delle terrazze,franando giù per una decina di gradini. Picchiò il ginocchio,ma non riuscì nemmeno a romperselo. Per il dolore,che comunque doveva esser abbastanza intenso,si prese ugualmente un mese di mutua (agosto) e in quello successivo andò avanti ad antidolorifici.
Alle fanciulle americane o inglesi vagamente carine,lasciava brevi poesie sulle sdraio o dentro le borse,versi scritti a matita su bigliettini o pezzi di carta di fortuna. Con uno dei mariti delle ragazze in questione una volta si era anche preso verbalmente,in piscina. A Carletto aveva poi raccontato di una questione di sdraio già occupate e posti liberi. Mitch gli ombrelloni li chiudeva con un pugno. A volte fintava anche,a destra e a sinistra,prima di sferrare il diretto.
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30 dicembre 2007, 13:54 - Bagnini
Mattia palestrato di suo avrebbe un bel fisico,ma lui è edonista,narcisista,esteta,non si accontenta,si gonfia e quindi distrugge il suo corpo. Va in palestra quasi quotidianamente,e assume proteine,creatina,amminoacidi,integratori di vario tipo. Il suo fisico è sproporzionato in alcune parti,disarmonico,palesemente innaturale,ma conforme agli standard di immagine di questa società superficiale,quindi lui nonostante tutto si gasa,si autocelebra,si vanta di continuo. Indossa magliette M se non addirittura S per far risaltare ancora di più l’artificio. Non appena gli capita dinanzi una qualsiasi superficie riflettente si osserva,prova le varie pose e si rimira con fare gaudioso ed esaltato.Due stagioni or sono aveva fatto del “Polase”,un integratore idrosalinico discretamente commercializzato,la sua bevanda preferita,col solo problema che nelle giornate trascorse sotto il sole,beveva poca se non pochissima acqua. Anche per via della creatina che pure assumeva era in una situazione metabolica di ritenzione idrica terrificante,i farmaci che prendeva lo disidratavano pesantemente. Fegato e reni,ne risentivano,le occhiaie scavatissime,i tratti del viso tirati.
Capitava infatti, e più volte al giorno, che lui diventasse paonazzo,e che dovesse correre in bagno con un urgenza che non faceva fronte a niente e nessuno. Dopo qualche mese di questo andirivieni gli diagnosticarono un blocco renale di media entità,da settimane faceva infatti la “pipi rossa” ma la cosa lo divertiva ,anziché destargli preoccupazioni.
Fu ricoverato,e dovette restar in ospedale qualche giorno.
A distanza di mesi ancora non ha imparato la lezione,ancora beve poca acqua,ancora si pompa in maniera smisurata,ancora corre al cesso e si sporca le mutande nel tragitto. Ancora si specchia ovunque. Esploderà, prima o poi.
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