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10 marzo 2010, 11:58 - Lifeguarding
Le nuove cronache, le troverete al seguente link...http://gestaepiche.splinder.com/
Ola!
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2 novembre 2009, 23:28 - Lessons
Gli adolescenti adottano ogni genere di scusa per effettuare la minor quantità possibile di movimento.Allievo Big: “Ale posso uscire dall'acqua che ho mal di testa??”
Ale maestro di nuoto: “No, non esci. Dai, nuota e vedrai che ti passa...”
Allievo Big: “Puoi mica darmi una pastiglia? Non esco la ingoio così...”
Ale maestro di nuoto: “Nuota! Non dire fesserie...e medicinali in futuro cerca di prenderne il meno possibile, sono tutti quanti deleteri...”
Allievo Big: “Dai un'aspirina solamente!”
Ale maestro di nuoto: “...............200 metri misti. E vorrei veder le virate, grazie.”
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2 novembre 2009, 22:48 - Lessons
Bordo vasca. Il maestro di nuoto, in attesa di iniziar la lezione, si rivolge ai propri allievi, giusto per far due battute in scioltezza prima di entrare in acqua.Ale maestro di nuoto: “Ma voi li avete visti i film di Harry Potter? E i libri li avete letti? Lo sapete chi è Baston? Baston è troppo forte...è il migliore...”
Nano 1: “Si si io lo conosco Harry Potter...!”
Nano 2: ”Lo sai chi è Cedric? Lo sai che Cedric muore? Viene ucciso da Voldemort....”
Ale maestro di nuoto: “Non mi avete ancora risposto su Baston...è il capitano della squadra di Quiddich di Grifondoro...lui si che è un tipo giusto...”
Nano 1: “No il mio preferito è Sirius...”
Ale mastro di nuoto: “Si Sirius è un grande....”
Nano 2: “E lo sai che invece nel sei muore...”
Ale maestro di nuoto: “Nooooo il sei devo ancora vederlo, taci!!!!”
Nano 2: ”Nel sei muore Silente!!!”
Ale maestro di nuoto: “...............................”
Ai maestri di nuoto dovrebbero concedere di poter annegare i propri allievi.
Specie quando sono insulsamente trotterellanti e ti rivelano a tradimento finali di film e libri.
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Insegnare a Pescebimbo che poteva tenere gli occhi aperti sott'acqua era stata davvero una faticaccia. Avevo dovuto insinuarmi nella sua mente, aiutarlo a vincere le sue paure, le sue perplessità. Percezione dell'acqua, possibilità di movimento, comprensione di capacità ancora da scoprire. Si trattava di un bambino molto spaventato dall'ambiente “piscina”, terrorizzato dall'idea dell'acqua alta, assolutamente dipendente dai braccioli e dalla presenza di un adulto al fianco. Le prime due lezioni erano state disastrose: fughe, esitazioni, urla e pianti, lo sguardo costantemente rivolto ai genitori preoccupati a bordo vasca.
Per le successive decisi di far allontanare la mamma e il papà. Erano i miei primi tentativi di insegnamento, ancora ero un profano, improvvisavo, tuttavia l'esperimento funzionò. La terza lezione fu risolutiva: il quattrenne Pescebimbo si rivelò molto più che acquatico e in breve, incitato e rassicurato dal sottoscritto, si liberò da ansie e paure e iniziò a spostarsi senza braccioli, ad immergersi, a far le bolle, a galleggiare e a tenere gli occhi aperti sott'acqua, sapientemente coinvolto in una serie di giochi studiati ad arte. Finché una mattina la mamma, tutta sorridente, mi venne incontro...
Mamma Pescebimbo: “Buongiorno! Ho visto che mio figlio andava sott'acqua l'altra volta, gli ho comprato la maschera, gliel'ho già data... Ho fatto bene?”
Bagnino quasi maestro: “.................”
Per le successive decisi di far allontanare la mamma e il papà. Erano i miei primi tentativi di insegnamento, ancora ero un profano, improvvisavo, tuttavia l'esperimento funzionò. La terza lezione fu risolutiva: il quattrenne Pescebimbo si rivelò molto più che acquatico e in breve, incitato e rassicurato dal sottoscritto, si liberò da ansie e paure e iniziò a spostarsi senza braccioli, ad immergersi, a far le bolle, a galleggiare e a tenere gli occhi aperti sott'acqua, sapientemente coinvolto in una serie di giochi studiati ad arte. Finché una mattina la mamma, tutta sorridente, mi venne incontro...
Mamma Pescebimbo: “Buongiorno! Ho visto che mio figlio andava sott'acqua l'altra volta, gli ho comprato la maschera, gliel'ho già data... Ho fatto bene?”
Bagnino quasi maestro: “.................”
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Psyco ciondola per le stradine e le viette dei giardini, vaga tra le sdraio della piscina con fare in apparenza assente, l'occhio stralunato a palla e la pelle giornalmente bruciata dal sole, la crema sistematicamente dimenticata sul comodino.
Lui si bomba di musica, l'ipod nelle orecchie e il volume altissimo, e così si isola e fluttua nel suo mondo onirico, tra vortici sonori e turbe mentali e contorsioni psichedeliche. Psyco alza i volumi al massimo anche quando è rinchiuso nel suo appartamento e l'eco risuona e rimbomba e giunge fino alla piscina del residence ove lui stesso risiede, fino alle orecchie delle vecchiette scandalizzate per cotanto scempio della sacra quiete.
Psyco di tanto in tanto prova a comunicare con la folla balneare ma nessuno mai lo considera, chi lo caccia in malo modo, chi lo insulta direttamente e in maniera pesante: il lombardo medio è troppo concentrato nell'autocontemplazione del proprio ego per scorgere e comprendere il talento, per esser sensibile all'altra persona, per percepire la necessità di comunicazione propria dell'essere umano. Ma Psyco è accorto e registra tutto. Il registratore in tasca, sempre a portata di mano. Le ingiurie tutte archiviate sul portatile, perché un giorno arriverà la resa dei conti. Il codice penale sempre nello zaino e l'estenuante ricerca dei giusti articoli, al riparo sotto il salvifico ombrellone: segni su segni in tutte le pagine, evidenziature, frammenti di leggi citati a memoria, visualizzazioni parziali di episodi processuali e possibili testimonianze e clamorose orazioni. Una volta era un dee jay, uno dei più famosi, fotografie di collaborazioni, ritagli di serate, ricordi sbiaditi. Ora lavora a casa, mette insieme pezzi e crea, ancora, vera passione che non sfuma, nonostante tutto, nonostante tutti. E il bagnino è ogni volta il primo a cui vengono fatte ascoltare le nuove produzioni. Echi dei lontani anni 90. Non ci son più le discoteche di una volta purtroppo.
Psyco è un artista del tuffo. Dal trampolino più alto si produce in capriole e rotolamenti. Tre metri non sono poi così tanti in fondo. E numerose le schienate e le sonore facciate. Ma Psyco persiste, perché è nella ripetizione che si giunge alla perfezione. E i racconti migliori derivano solo dalle gesta eroiche. Quando lui compare a bordo vasca, i bambini escono dall'acqua spaventati. Stormi di nonne compaiono muovendosi con fare disordinato e caotico, ai pargoli spauriti viene imposto di muoversi, di venir via, di correre, che quello è un elemento pericoloso, che quello ha una brutta faccia. “Ma il bagnino perché non fa nulla?”
Psyco è un artista multiforme e poliedrico. Con la sua camera riprende frammenti, immagini, momenti, rende sue brevi sequenze, che poi smonta, rimonta, incolla, remixa. E così al bagnino che medica una signora che si era graffiata, viene messa sotto la colonna sonora di “Profondo rosso”. Le sue composizioni sono a suo stesso dire “estroflessioni della psiche”. E il popolo balneare è troppo limitato per capire, imprigionato nella frenesia quotidiana, nella fretta, nell'insensibilità, nella chiusura comunicativa. Perché la vacanza è relax.
Lui si bomba di musica, l'ipod nelle orecchie e il volume altissimo, e così si isola e fluttua nel suo mondo onirico, tra vortici sonori e turbe mentali e contorsioni psichedeliche. Psyco alza i volumi al massimo anche quando è rinchiuso nel suo appartamento e l'eco risuona e rimbomba e giunge fino alla piscina del residence ove lui stesso risiede, fino alle orecchie delle vecchiette scandalizzate per cotanto scempio della sacra quiete.
Psyco di tanto in tanto prova a comunicare con la folla balneare ma nessuno mai lo considera, chi lo caccia in malo modo, chi lo insulta direttamente e in maniera pesante: il lombardo medio è troppo concentrato nell'autocontemplazione del proprio ego per scorgere e comprendere il talento, per esser sensibile all'altra persona, per percepire la necessità di comunicazione propria dell'essere umano. Ma Psyco è accorto e registra tutto. Il registratore in tasca, sempre a portata di mano. Le ingiurie tutte archiviate sul portatile, perché un giorno arriverà la resa dei conti. Il codice penale sempre nello zaino e l'estenuante ricerca dei giusti articoli, al riparo sotto il salvifico ombrellone: segni su segni in tutte le pagine, evidenziature, frammenti di leggi citati a memoria, visualizzazioni parziali di episodi processuali e possibili testimonianze e clamorose orazioni. Una volta era un dee jay, uno dei più famosi, fotografie di collaborazioni, ritagli di serate, ricordi sbiaditi. Ora lavora a casa, mette insieme pezzi e crea, ancora, vera passione che non sfuma, nonostante tutto, nonostante tutti. E il bagnino è ogni volta il primo a cui vengono fatte ascoltare le nuove produzioni. Echi dei lontani anni 90. Non ci son più le discoteche di una volta purtroppo.
Psyco è un artista del tuffo. Dal trampolino più alto si produce in capriole e rotolamenti. Tre metri non sono poi così tanti in fondo. E numerose le schienate e le sonore facciate. Ma Psyco persiste, perché è nella ripetizione che si giunge alla perfezione. E i racconti migliori derivano solo dalle gesta eroiche. Quando lui compare a bordo vasca, i bambini escono dall'acqua spaventati. Stormi di nonne compaiono muovendosi con fare disordinato e caotico, ai pargoli spauriti viene imposto di muoversi, di venir via, di correre, che quello è un elemento pericoloso, che quello ha una brutta faccia. “Ma il bagnino perché non fa nulla?”
Psyco è un artista multiforme e poliedrico. Con la sua camera riprende frammenti, immagini, momenti, rende sue brevi sequenze, che poi smonta, rimonta, incolla, remixa. E così al bagnino che medica una signora che si era graffiata, viene messa sotto la colonna sonora di “Profondo rosso”. Le sue composizioni sono a suo stesso dire “estroflessioni della psiche”. E il popolo balneare è troppo limitato per capire, imprigionato nella frenesia quotidiana, nella fretta, nell'insensibilità, nella chiusura comunicativa. Perché la vacanza è relax.
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12 maggio 2008, 17:06 - Personaggi
Marisa Energia è l’insegnante di acquagym del Beach. Durante la stagione estiva, tiene di anno in anno corsi giornalieri ai quali partecipano le legnose vecchiette e le mamme annoiate che frequentano lo stabilimento. Marisa è un vulcano, un tornado, una persona solare e splendente, viva e coinvolgente, sempre attiva, sorridente e allegra. Pronta alla battuta, allo scherzo, abilissima nel motivare e nell’incitare quelle che all’inizio sono le sue flaccide allieve e che al termine del ciclo delle sue lezioni, sempre recuperano un discreto stato di forma fisica, chi più, chi meno. Le ore trascorse insieme a lei sono un turbine di vivacità, una vera e propria esplosione di calore e vitalità, energia pura che viene emanata e si diffonde intorno e si percepisce intorno tanto è netta, palese e potente.Gentile e disponibile con tutte le sue dame, combatte strenuamente contro la pigrizia di ognuna di esse. Sono soprattutto le signore un po’ più in là con l’età , a lamentare continuamente stanchezza, dolorini sparsi e più di ogni altra cosa un’enorme paura: temono il mare, l’acqua fredda, l’eventuale presenza di meduse, il possibile sorgere di onde anomale: la Mari è costretta a sorbirsi di volta in volta una serie estenuante di mugugni e moine e brusii e occhiate oblique. Per lei la lezione effettuata in mare, nel momento in cui le condizioni ambientali lo consentono, è una priorità assoluta, l’acqua fresca tonifica, il movimento delle onde costituisce una costante aggiuntiva contro cui combattere, il lavoro operato all’aria aperta è un vero e proprio toccasana; tutto il suo seguito sembra ignorare però tutti questi fattori, le vecchie prediligono infatti la piscina interna, più comoda ed elegante, ignorano il fatto che sia piccola, chiusa e calda, sorvolano sul fatto che l’aria lì sia stagnante e densa dei fumi del cloro, snobbano con una superficialità inquietante la grandezza e la bellezza di un mare che eppure è situato lì a un passo.
Il più delle volte, la positiva e convincente Marisa riesce comunque a trascinarle tra i flutti marini e allora è possibile scorgere la trainer in piedi sulla zattera al largo, a sbraitare, a muoversi continuamente, senza risparmiarsi un minuto, sotto il sole cocente di mezzogiorno e le viziate e le auguste signore in acqua, a fare per lo più movimenti parziali. Per Marisa Energia il lavoro acquatico è una vera e propria passione, tanto che non si ferma nemmeno dinanzi a malesseri, stati influenzali e febbri. In effetti, riesce addirittura a far lavorare, sudare e soffrire le viziate e acide signore del Beach e a farsi pure pagare per questo: un vero fenomeno.
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11 maggio 2008, 16:08 - Bagnini
Ste l’Orso è noto per essere un bagnino caratterialmente ruvido, il suo soprannome deriva infatti da questa suo particolare lato emotivo, profondamente legato alla sua essenza.Potenzialmente il bagnino Ste possiede nelle sue corde qualità eccelse, sa essere infatti un abile comunicatore e un professionista completo, pronto, attivo e lesto in tutte le situazioni, schietto, sintetico e sincero, signorile e magnetico, apprezzato da tutti, clienti, amici e colleghi, per la cordialità e l’efficienza sempre puntuali e mai disattese. Ma in alcuni momenti, pur limitati e circoscritti, risulta essere cupo e scontroso, arriva proprio a trattenere, quasi a imprigionare quell’ espansività che eppure gli appartiene, a frenare le interazioni con le persone intorno e a compromettere la comunicazione verbale con esse, tanto da arrivare a far realmente suo quel soprannome che eppure da sempre rifiuta.
A condizionarlo in parte, sicuramente sono alcune sue vicende sentimentali legate al passato e che talvolta nella sua mente riemergono, alcune legate a cocenti e ingiuste delusioni che devono averlo ferito in maniera profonda, come spesso accade alle persone buone e semplici. Netto in lui il bisogno di una metà femminile, che lo completi, lo inciti e lo supporti giornalmente. Una metà che ancora non ha trovato, ma che senza ombra di dubbio prima o poi arriverà. Nei momenti tetri dal punto di vista umorale, Ste l’Orso incarna perfettamente lo stereotipo del tipico lifeguard Ligure, lento e lamentoso, pigro e supponente, negativo e sempre pronto al mugugno. E si tratta di un peccato, di una violenza che lui stesso si infligge, perché la sua vera natura è esattamente quella opposta. Il punto è che i due volti, si alternano nel suo profilo. E non esiste una via di mezzo, un compromesso, uno stato mediale. Si passa dal bianco al nero,quasi si trattasse di un Dott.Jekyll e di un Mister Hyde. Il punto di passaggio, però, è ravvisabile.
Ci siam resi conto già dalla prime stagioni che Ste detto l’Orso aveva una peculiarità: certe mattine giungeva al Beach sorridente e tranquillo, disponibile al dialogo e ai normali rapporti interpersonali che posson svilupparsi in un ambiente lavorativo. Altre volte arrivava invece tesissimo, i tratti del viso tirati, l’aura assolutamente cupa e oscura, in quei momenti comunicare con lui era davvero difficile, le sue risposte fuoriuscivano fredde e taglienti, talvolta in suoni gutturali, quasi ringhiasse, come se le parole gli raschiassero in gola, il suo incedere era frenetico, l’energia nei gesti era esplosiva e si produceva in movimenti rapidi, innaturali e meccanici.
Fu Mattia il Palestrato a notare per primo che in certi frangenti, Ste appariva nervoso, scompariva una mezz’ora, e dopo di che ricompariva sereno e disteso. Quando realizzammo che nel passaggio da uno stato all’altro, si verificava una sosta in bagno o in cabina, iniziammo a intuire l’arcano. Il punto è che nel periodo di tempo limitato, il cambiamento risultava essere ancor più netto e palese. Fu sempre l’infimo Mattia a coniare la sigla TSO stante a significare “Tasso Sega Orso”.
Quando il TSO era elevato, il livello ormonale nel sangue del collega era notevole, l’individuo era socialmente pericoloso, le eventuali interazioni con lui necessitavano di esser marginate. Lui stesso, comunque, si isolava in lavori solitari, noi cercavamo di restare a lato, consapevoli della situazione. Avevamo un codice, “a stecca” significava che il TSO sembrava esser al limite massimo. Quando il TSO al contrario pareva esser basso, la mutazione in Ste era visibile anche a livello somatico, i tratti del viso erano distesi, i toni lievi e pacati, le sue movenze erano fluide, anche con i clienti risultava esser molto più disponibile e pronto alle incombenze.
Il principe dei mostri fu sempre consapevole di questo stato di cose, ci rise sempre su, ma mai si regolò a riguardo: anziché considerare gli stati e le esigenze del suo veterano, preferì sempre bullarsi di lui dall’alto del proprio ruolo, rifilandogli sistematicamente i lavori peggiori nei momenti più negativi, col risultato che spesso il povero Ste, che eppure è sempre stato uno degli elementi più dediti e attivi, si demotivava, nel lavoro e non solo. E la cosa orribile è che questo, per il nostro capo servizio, era motivo di estrema soddisfazione.
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11 maggio 2008, 13:28 - Bagnini
Conobbi il Laureato nel corso della mia prima stagione al Beach. Si trattava di un trentaduenne vagamente stempiato, capelli corti castani, altezza media, esile e fisicamente asciutto. Questo personaggio affermava allora di avere alle spalle una lunga ed importante carriera da bagnino, fatta si stage professionali operati in Canada e di imboscamenti con belle signore all’interno di antri e cabine. Innumerevoli i suoi racconti, tutti traboccanti di palesi incongruenze. Al collo teneva un fischietto iper-tecnologico che a suo dire si poteva utilizzare liberamente sott’acqua e da lì sentirsi ovunque intorno. In realtà come bagnino non sembrava essere né arguto, né agile, sempre manifestava la sua stanchezza, sempre era disattento, rivolto di più alla conversazione con la clientela che all’osservazione e al controllo dei bagnanti. In acqua nemmeno brillava poi così tanto. Sul lavoro era lento, mal disposto, sempre pronto alla polemica e alla contestazione sistematica delle direttive. Forse per via dell’età, faticava visibilmente a reggere le dodici/tredici ore giornaliere di caldo e fatica. Si rapportava pessimamente col capo servizio, il Laureato etichettava continuamente il Principe dei mostri nei modi più svariati, e cercava ogni volta aggettivi rari, difficili, sempre diversi, si serviva di termini arguti e nobili, per lui la necessità di manifestare la propria cultura era una costante da cui mai prescindeva. Nel curriculum ostentava infatti una notevole laurea in lettere che probabilmente gravava sul suo essere, mal sopportava quell’ambiente, quella professione, consapevole come era di essere al di sopra, culturalmente, della maggior parte delle persone intorno. Quello stabilimento ove non si poteva discutere, ma solamente eseguire, era per lui insopportabile, sia a livello pratico che concettuale, le incombenze imposte al di fuori di ogni logica si contorcevano continuamente in lui, assurde, insopportabili e opprimenti come in effetti erano.
Viveva le giornate a modo suo, cercando di andare contro i ritmi usuali, provava spesso a confrontarsi col capo servizio, servendosi di una dialettica fine e non confutabile, ma in cambio riceveva perlopiù risposte maldate, taglienti e arroganti, che non facevano altro che aumentare la sua insoddisfazione e il suo malcontento. Il punto è che spesso rallentava tutta la squadra: emblematica la volta in cui accompagnò una tremante vecchiettina inglese che a tutti i costi desiderava un posto in piscina: essendo tutte le sdraio occupate in quel momento, il Laureato non la indirizzò verso un’altra terrazza, nemmeno le portò un altro lettino, nemmeno si sforzò di pensare a una soluzione alternativa: semplicemente si sedette con lei al bar attendendo che si liberasse una postazione. Noi altri, a dir poco, basiti.
Il suo rapporto con il Boss peggiorò quando, giunto quel fatidico agosto e la tanto attesa metà della stagione, il Laureato si ruppe un mignolo del piede, per via di un colpo, preso contro una trave di legno. Colse l’occasione al volo, subito si fece portare in ospedale, avrebbe potuto farsi fare una legatura rapida e continuare così a presenziare in spiaggia, preferì farsi inserire un supporto metallico a livello interno, vistoso e doloroso, dovette così andarsene in mutua per quattro settimane. Quando si recò a portare la relativa documentazione cartacea nell’ufficio amministrativo, si presentò impersonando la più tipica delle sceneggiate all’italiana, l’andatura zoppicante, il ferro che spuntava, i tratti del viso tirati. Allora diciassettenne, ebbi modo di vedere una delle peggiori scene in assoluto. Quello peraltro si rivelò poi un agosto micidiale, le temperature altissime e un pienone ininterrotto, per tutto il mese, non una goccia di pioggia, non un filo di vento: il Principe dei mostri ovviamente non cercò un bagnino sostitutivo, si limitò a privarci del giorno libero settimanale. Quando il Laureato ritornò poi a settembre, la comunicazione tra lui e il capo si dissolse del tutto, fino alla fine del mandato. Non una parola e un costante clima di tensione. Questioni di orgoglio, di limiti comportamentali, di atteggiamenti sbagliati, di vuoti di comunicazione.
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25 aprile 2008, 11:45 - Rampolli
Il Bimbo Hulk apparve al Beach che aveva poco più di un anno e mezzo. Si trattava di un bambino non grasso, ma proprio grosso, possente per la corporatura e visibilmente forte per via della sua robusta costituzione fisica. Non sembrava essere troppo viziato, era davvero bravo, sempre calmo, pacato, silente, gli occhi vispi, attenti e curiosi. La mamma, bella, educata e gentile, già all’epoca gli parlava fluentemente sia in italiano che in inglese e lui sembrava assorbire davvero ogni singolo suono, registrando tonalità, parole, gesti e espressioni. Il giorno in cui arrivarono, lei mi spiegò che sperava tanto che suo figlio imparasse a camminare proprio in quello stabilimento, ove lei stessa aveva trascorso tanto tempo da piccola: e deve essersi applicata non poco nelle settimane successive, le sue aspettative furono molto più che soddisfatte: nel giro di neanche un mese, Hulk iniziò a camminare, a trotterellare e a fare gli scalini, ed anche in acqua si dimostrò un vero prodigio: un pomeriggio si fece una distanza pari ad un’ottantina di metri, dalla scaletta alla zattera. Beh, piazzato nel centro di una sicura ciambella, con i braccioli alle braccia e la mamma a fianco che lo incitava e lo rassicurava. Ma di fatto, nuotò da solo, a cagnolino o forse con uno stile tutto suo. Andata e ritorno.
Al di là del suo evidente feeling con le acque marine, Bimbo Hulk prediligeva in assoluto la piscina; quando la madre prendeva il sole sulla sdraio e lui la osservava annoiato da sotto l’ombrellone, ripeteva quella parola in continuazione “…piscina, piscina, piscina…”, quello era il suo luogo preferito, il suo mantra, la sua passione. Una sola volta si arrabbiò, la mamma stava raccogliendo creme e asciugamani per andare via, lui evidentemente desiderava rimanere ancora in spiaggia. Il suo visetto si fece accigliato e violaceo: cacciò un urlo colossale, che probabilmente riecheggiò in tutto il territorio compreso tra Savona e Spezia. Il pargolo non piangeva mai, ma quella volta si fece sentire eccome, furono venti minuti di grida furibonde e temibili. Per il silenzio attonito del popolo balneare intorno. In compenso da quella volta, la madre credo abbia trovato il giusto metodo, perché anche nelle stagioni successive, mai più l’abbiam visto frignare.
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Due stagioni or sono, una sera, si tenne in piscina un party di quelli fescion-trendi, di quelli densamente popolati da individui strambi con la erre moscia e la camicia firmata. L’organizzatrice dell’evento chiese con largo anticipo se era possibile avere a disposizione, per la serata, un bagnino fino alla mezzanotte, tanto da poter dare ai convitati una presenza rassicurante. L’albergo ci comunicò dell’incombenza il pomeriggio stesso, avrebbero potuto avvertirci uno, due giorni prima, ma evidentemente preferirono non darci modo di organizzarci con turni e giornate libere. Nessun elemento della squadra era entusiasta all‘idea di doversi fermare al Beach dopo le usuali dodici ore di fatica e di caldo, alla fine fu Ste detto l’Orso, da buon veterano carismatico, a incaricarsi del compito. Dal suo resoconto, la festa trascorse in maniera tranquilla, liscia, nessun tuffatore imprevisto, perlopiù fu la sobrietà a regnare indisturbata; l’esimio collega rimase seduto alla postazione che si era appositamente creato, a legger riviste e a controllare la situazione con fare distratto. A metà della serata, intorno alle ventuno, doveva ancora cenare, così, affamato, stanco e bisognoso di energie, chiese un piatto al ristorante della spiaggia. Gli alti e selezionati Chef gli prepararono un filetto con la rucola, che Ste divorò senza troppe cerimonie. Le restanti ore passarono senza intoppi, al termine se ne andò a casa, del tutto ignaro di quel che gli sarebbe accaduto da lì a poco.
Durante la notte il povero Orsetto si svegliò, iniziò ad avvertire un sentore di forte malessere, la febbre si fece subito alta, i suoi genitori, preoccupati, chiamarono l’ambulanza, fu portato in ospedale: si ritrovò con la gola completamente “bruciata”, nera alla vista, i dottori gli spiegarono che i tessuti superficiali erano stati consumati in maniera repentina da un batterio che probabilmente aveva inalato o ingerito e che li aveva trovato terreno fertile per proliferare, rapido e temibile. I sospetti ricaddero su quella rucola di quella cucina cinque stelle, probabilmente lavata con poca attenzione, o forse calpestata dai cuochi, o forse alterata. Ste rimase in ospedale per quattro giorni, non ebbe particolari disagi, si riprese con agilità. Avrebbe potuto prendersi settimane e settimane di mutua per la gravità dell’accidente, ma preferì ritornare al lavoro, perché a letto si annoiava e perché non voleva lasciare i suoi colleghi con un uomo in meno, che ovviamente il capo servizio non avrebbe rimpiazzato. Ste ritornò per noi, la direzione dell’albergo non gli riconobbe ovviamente nessun merito: chiese solamente, vista la disposizione medica a riguardo, di poter mangiare cose fredde, come gelato o yogurt, visto che per qualche settimana non poteva nutrirsi di altro. Nemmeno in quello venne accontentato, si ritrovò costretto a portarsi le vaschette da casa. Non li degnò nemmeno di denuncia, tanto erano immeritevoli di considerazione quanto bassi eticamente ed umanamente.
Durante la notte il povero Orsetto si svegliò, iniziò ad avvertire un sentore di forte malessere, la febbre si fece subito alta, i suoi genitori, preoccupati, chiamarono l’ambulanza, fu portato in ospedale: si ritrovò con la gola completamente “bruciata”, nera alla vista, i dottori gli spiegarono che i tessuti superficiali erano stati consumati in maniera repentina da un batterio che probabilmente aveva inalato o ingerito e che li aveva trovato terreno fertile per proliferare, rapido e temibile. I sospetti ricaddero su quella rucola di quella cucina cinque stelle, probabilmente lavata con poca attenzione, o forse calpestata dai cuochi, o forse alterata. Ste rimase in ospedale per quattro giorni, non ebbe particolari disagi, si riprese con agilità. Avrebbe potuto prendersi settimane e settimane di mutua per la gravità dell’accidente, ma preferì ritornare al lavoro, perché a letto si annoiava e perché non voleva lasciare i suoi colleghi con un uomo in meno, che ovviamente il capo servizio non avrebbe rimpiazzato. Ste ritornò per noi, la direzione dell’albergo non gli riconobbe ovviamente nessun merito: chiese solamente, vista la disposizione medica a riguardo, di poter mangiare cose fredde, come gelato o yogurt, visto che per qualche settimana non poteva nutrirsi di altro. Nemmeno in quello venne accontentato, si ritrovò costretto a portarsi le vaschette da casa. Non li degnò nemmeno di denuncia, tanto erano immeritevoli di considerazione quanto bassi eticamente ed umanamente.
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Il Principe dei mostri è sempre stato noto per la sua pigrizia, per l’autorità che amava esercitare sui suoi miseri quattro, cinque dipendenti: dimostrare il proprio potere, provare ad ampliarlo, dar sfoggia della propria posizione, anche nelle piccole cose, eran per lui una necessità vitali, un bisogno fondamentale; uno dei suoi esercizi giornalieri era delegare ogni minima incombenza, pretendere sempre un rapido e non discutibile adempimento e crogiolarsi nella soddisfazione che da tali ridicoli atteggiamenti traeva. Spesso a noi bagnini chiedeva di andargli a prendere l’acqua. Si trattava o di dover prelevare una bottiglietta nuova al bar della piscina, o di doverne riempire una aperta, al distributore che si trovava vicino allo stabilimento, all’interno della Beauty farm, in entrambi i casi si trattava di fare pochi passi. Il distributore in questione era una di quelle colonne con tasto, con quegli enormi e pesantissimi boccioni, come se ne vedono anche negli uffici e nelle palestre. Ste l’Orso ed io di rado venivamo chiamati in causa, per via della nostra natura mugugnosa, fiera e orgogliosa, tipicamente Ligure: quelle poche volte eravamo soliti palesare il nostro scontento, borbottando frasi sconnesse, lanciando occhiatacce o muovendoci lenti e ciondolanti. Una volta devo anche aver risposto malamente al mio capo-servizio, qualcosa di diretto del tipo “Non andarci mai da solo eh…”
Ma non ricordo bene.
Mattia Palestrato invece, nella sua moderna indolenza, non si curava mai dell’interpretazione dei ruoli e dei gesti, nemmeno faceva andare il pensiero a concetti come la dignità e l’umanità: approfittava di quei momenti per assentarsi dalla postazione per quei pochi minuti e questo, anzi era per lui motivo di vanto. Ma era ancor più infido: quando andava a riempire la bottiglietta in Beauty farm, di solito, mollava uno sputo all’interno di essa, per poi riportarla indietro sorridente e gioioso. O perlomeno così narrava. Capitò nel corso dell’ultima stagione, che il Principe dei mostri venne colpito da una pesante infezione all’apparato urinario: dalle analisi che fece risultò che un batterio rarissimo, iper resistente e iper mutato, si era insediato negli epiteli della sua vescica, lì aveva proliferato e agito indisturbato per giorni e giorni. Il povero Boss dovette curarsi con attenzione, tra atroci sofferenze, a suon di ripetute iniezioni di un antibiotico di classe assai elevata. Si trattava di un microrganismo non comune, che tipicamente abitava le acque non controllate, impianti di depurazione dismessi e cose del genere. Venne soprannominato “Batterio Cunningham”, dal nome della ditta che portava i boccioni.
La vicenda non è mai stata chiarita del tutto, secondo il nostro Boss, che pure conduceva uno stile di vita spesso poco ortodosso, il tutto era dovuto alla probabile scarsa pulizia della colonna. Secondo noi era per via della ripugnante igiene del bagnino Mattia. In tutti i modi, da allora iniziò ad andarsi e prendere l’acqua con le proprie gambe.
Ma non ricordo bene.
Mattia Palestrato invece, nella sua moderna indolenza, non si curava mai dell’interpretazione dei ruoli e dei gesti, nemmeno faceva andare il pensiero a concetti come la dignità e l’umanità: approfittava di quei momenti per assentarsi dalla postazione per quei pochi minuti e questo, anzi era per lui motivo di vanto. Ma era ancor più infido: quando andava a riempire la bottiglietta in Beauty farm, di solito, mollava uno sputo all’interno di essa, per poi riportarla indietro sorridente e gioioso. O perlomeno così narrava. Capitò nel corso dell’ultima stagione, che il Principe dei mostri venne colpito da una pesante infezione all’apparato urinario: dalle analisi che fece risultò che un batterio rarissimo, iper resistente e iper mutato, si era insediato negli epiteli della sua vescica, lì aveva proliferato e agito indisturbato per giorni e giorni. Il povero Boss dovette curarsi con attenzione, tra atroci sofferenze, a suon di ripetute iniezioni di un antibiotico di classe assai elevata. Si trattava di un microrganismo non comune, che tipicamente abitava le acque non controllate, impianti di depurazione dismessi e cose del genere. Venne soprannominato “Batterio Cunningham”, dal nome della ditta che portava i boccioni.
La vicenda non è mai stata chiarita del tutto, secondo il nostro Boss, che pure conduceva uno stile di vita spesso poco ortodosso, il tutto era dovuto alla probabile scarsa pulizia della colonna. Secondo noi era per via della ripugnante igiene del bagnino Mattia. In tutti i modi, da allora iniziò ad andarsi e prendere l’acqua con le proprie gambe.
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4 aprile 2008, 13:36 - Personaggi
Amica Fotografa è una signora tra i sessanta e i settanta, proveniente da una provincia imprecisata del nord Italia. Se il marito è molto anziano e affaticato dal peso degli anni e dagli acciacchi, lei è al contrario un tipo molto vispo ed energico. Durante l’inverno frequenta centri sportivi per la terza età e in estate giunge in Liguria preparata e tonica, pronta ad affrontare i temibili flutti. Si tuffa indossando una cuffia bianca, davvero poco estetica, ma funzionale al mantenimento della preziosa messa in piega. La sua chioma non è bianca, ma innaturalmente bionda, arricchita di alcuni riflessi tendenti al rosso carminio. Il suo stato di forma è tutto sommato discreto, la sua pelle abbronzantissima ma chiazzata in più punti.Si tratta di un ex professoressa di lettere, dotta e acculturata, gentile ed educata. Abile comunicatrice, di solito evita un linguaggio aulico e incomprensibile, è una persona che quando vuole, sa essere umana. Con noi bagnini era spesso ben disposta, disponibile a dialogare e ad ascoltare i nostri sfoghi: credo che in generale ami interagire con i giovani, forse per via della professione che svolgeva in passato, forse perché abituata da sempre ad elargire consigli e suggerimenti. A tratti dimostrava di essere una delle poche in grado di comprendere i nostri punti di vista, il che, nei momenti peggiori, costituiva una netta boccata di ossigeno.
Di stagione in stagione si dilettava nel fotografarci, foto di gruppo e foto singole e le stampe poi, ce le regalava, come ricordo. Lei, come tanti altri clienti, era al corrente dell’avidità e delle nefandezze comportamentali del nostro capo-servizio, quando riusciva la mancia stagionale cercava di darcela personalmente. A dispetto di questo atteggiamento amichevole, però pretendeva, a prescindere: quando un dettaglio, anche infinitesimale non era attinente alle sue volontà, subito lei si mostrava pronta alla critica feroce, tagliente, subdola, alla lamentela o addirittura alla lettera indirizzata al direttore. La classica finta alleata pronta a pugnalarti alle spalle.
Amica Fotografa ad una prima impressione, sembra essere una delle clienti più aperte come mentalità, in realtà anche lei ha parecchi limiti mentali: ad esempio disdegna la piscina, ambiente che lei reputa insano, per via dei bambini e anche degli adulti che lì, secondo il suo giudizio, fanno la pipì, e per via del cloro, che sempre secondo lei, è tanto inutile quanto tossico. Comprensibilmente, avendone l’opportunità, preferisce fare il bagno in mare, tipica è la sua domanda giornaliera standard: “Ci sono meduse oggi?”
I miei ex colleghi l’han sempre considerata una delle clienti migliori. Io non l’ho mai sopportata.
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3 aprile 2008, 12:04 - Bagnini
Francesco detto il Maresciallo ha lavorato con me all’epoca della mia seconda stagione al Beach. Si trattava di un personaggio splendido, di origini Messicane, la carnagione e i capelli scurissimi, un vistoso ciuffo alla Elvis che predominava, sempre ritto e infarcito di kg e kg di gel. Tipiche erano la sua lentezza e la sua rilassatezza, riusciva a sorridere di tutto, anche delle situazioni più paradossali, era uno dei pochi che riusciva a prendere il lavoro e la vita con estrema filosofia. Dotato di parlantina sciolta, era sempre pronto a prender tempo e rimandare, nei riguardi di tutto. Allo stesso tempo sveglio e attivo, efficace quando il momento lo richiedeva. Accettava le incombenze, ma le gestiva a modo suo, sempre con calma. Il soprannome derivava dal suo atteggiamento falsamente sicuro, il tono alto della voce, una fierezza ostentata, un bisogno vitale di voler sapere fatti e dettagli sempre per primo, proprio come un ufficiale neo-diplomato. A dispetto di tanto orgoglio, per un mese lavorò senza possedere il patentino della salvamento. Il Principe dei mostri passò settimane a chiedergli di portarlo, col controllo della capitaneria di Porto che incombeva, ma quello esitava sempre, trovava facili scuse, rimandava di giorno in giorno, con una tranquillità davvero inquietante. La manfrina andò avanti finchè Francesco non fu messo alle strette: si assentò dal lavoro per un paio di giorni, senza avvisare, né dare motivazioni, rendendosi pure irreperibile. Ritornò col fantomatico brevetto in mano. Originale. Non diede giustificazioni, e nemmeno spiegazioni.Dopo questo episodio, cadde inevitabilmente nelle mire oscure del capo-servizio. Francesco era sempre l’ultimo a presentarsi in postazione all’orario di apertura, dopo i lavori mattutini e la doccia: impiegava veramente tanto tempo per prepararsi e pettinarsi, si dedicava con minuziosità estrema alla cura della sua capigliatura e in particolare alla preparazione del ciuffo: la sua cabina era piena di prodotti per i capelli, ce n’eran di tutti i tipi. Carletto iniziò a tartassarlo, a chiedergli di rasarsi a zero, a convincerlo del fatto che allora si sarebbe sentito più comodo e più fresco. Iniziò un lavoro di persuasione pesante, continuo, che durò settimane. Alla fine la vinse e così una mattina, Mattia Palestrato, portò da casa la macchinetta e improvvisò sulla testa del suo collega. Fece un lavoro pessimo, pieno di disparità, di errori, le basette tremendamente falcidiate. Paradossalmente il Maresciallo si mostrò soddisfatto dell’opera che si era ritrovato, fondamentalmente allo specchio si piaceva, poiché a quel punto assomigliava a Diabolik.
Francesco temeva i gay più di ogni altra cosa: nei loro confronti nutriva un timore autentico, stava alla larga da loro, pativa la loro presenza: spesso si rifugiava in cucina, per rifocillarsi di focaccia al formaggio e farinata: una volta, proprio lì scovò due cuochi, entrambi maschi, intenti a baciarsi. Da allora si diede ad una dieta assolutamente ferrea. Fu una stagione pesante, la peggiore che io ricordi: due mesi di sole accecante, non una goccia di pioggia. Numerose le defezioni tra i bagnini, due che si licenziarono, due che andarono in mutua. Per un breve periodo, di sei che dovevamo essere, rimanemmo in due, io e appunto il Maresciallo. Il buon Mattia accorse a luglio inoltrato, per darci una mano, e sostituire uno dei fuggitivi. Con Francesco mi trovai molto bene, forse perchè nei momenti di necessità nessuno dei due ha mai esitato nel dare una mano all’altro. E sembra niente, ma è nel bel mezzo della difficoltà che si riconosce il valore delle persone.
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Qualche estate fa capitò una cosa strana: per il mar Ligure passò una corrente molto calda, decisamente oltre la norma, le temperature si alzarono in maniera netta e per un lungo periodo un enorme branco di meduse decise di stazionare nel tratto di mare in fronte allo stabilimento. Per tre settimane fare il bagno fu davvero impossibile, l’acqua brulicava dei gelatinosi esseri, di tutte le forme, dimensioni, colori e intensità venefica. In tutte le spiaggie della zona, garriva al vento la bandiera rossa, ai bagnanti si suggeriva che era davvero pericoloso immergersi. Al Beach al contrario il capo-bagnino aveva deciso di non esporre nessun tipo di segnale, per non urtare la fragile sensibilità della clientela viziata e snob. Ma siccome il problema sussisteva ed era palese, i bagnini sottopagati dovevano rimanere tutto il giorno in barca, a retinare meduse e meduse e ancora meduse, dal mattino alla sera, dandosi il cambio a turno, quando uno era stanco subentrava l’altro e così via. Era un lavoro inutile e massacrante, compiuto sotto un sole estivo che gravava cocente e impietoso. Ore e ore trascorse a riempire conche e conche che man mano venivano scaricate a terra, il liquido urticante che colava a riempire il fondo della lancetta e i piedi che bruciavano, e poi le gambe, e si doveva fare attenzione a non grattarsi. E gli accenni di congiuntivite e la testa che girava e la stanchezza.
Per tre settimane le cose continuarono ad andare in questo modo. A dispetto del sacrificio e dell’energia profusa, il popolo balneare risultava esser comunque insoddisfatto e quasi offeso per la libertà natatoria che gli veniva preclusa e alla quale non potevan avere accesso. Infatti noi potevam raccogliere le meduse in superficie, ma quelle un profondità era davvero impossibile individuarle, specialmente quelle rosse e piccoline, perché ben mimetizzate e in costante movimento, sempre in balia del perpetuo moto ondoso. Di fatto il nostro era un lavoro di facciata, se pur enorme e continuo. Ai clienti a riva, i lifeguard ripetevano costantemente di fare attenzione o di usufruire della piscina. Un giorno arrivò in spiaggia una coppia di sposi novelli, io ero appena sbarcato a terra, sudato e sconvolto per la fatica e per il caldo: la fanciulla, piovuta dal nulla, mi chiese con candore se era possibile fare il bagno, la mia risposta fu ovviamente negativa e le spiegai le ragioni. Quella, probabilmente decisa a godersi il suo viaggio di nozze per come se l’era sempre immaginato, decise di non ascoltare i miei suggerimenti, attese che io fossi distratto e per trenta miseri secondi sotto la doccia a riprendermi un attimo, e si tuffò di testa, senza occhialini, nè maschere, né precauzioni. Si prese una medusa di quelle viola e ipertentacolate proprio in faccia, nell’occhio sinistro per la precisione. Udite le grida mi tuffai e la aiutai a rientrare: fu portata via da un’ambulanza, poiché necessitava di cure a base di cortisone. La neo-sposa si rovinò così il viaggio. La clientela fu unanime nel rifilare con somma austerità la colpa al sottoscritto, di fatto non avevo raccolto quella singola medusa, in un mare che ne era zeppo e grande doveva esser la mia vergogna, per l’errore e la mancanza. Ovviamente nessuno riconobbe la superficialità della povera ragazza, nemmeno la non curanza del capo-servizio, ostinato nel voler accontentare continuamente i bagnanti, a costo di danneggiarli.
Fondamentalmente sono gli italiani ad esser lamentosi, ipocriti e viziati: gli stranieri sono decisamente più alla mano, ruvidi e sportivi. Coscienti, della realtà intorno e dello stato naturale delle cose. Russi, inglesi, tedeschi, americani,non si curano dei pericoli ma nemmeno fanno storie a riguardo, anzi si divertono nell'affrontare le sfide: si tuffano, nuotano tranquilli, se urtano una medusa rientrano a riva e si fanno medicare ridendoci sopra e poi si ricacciano subito in mare. Lontanissimi dalle tragedie e dai racconti di sofferenza in cui invece si perdono gli italiani. I lombardi, specialmente. I migliori sono risultati essere due bambini canadesi, di origine russa. Fratello di nove anni e sorella di undici, che parlavano con estrema naturalezza inglese, francese e russo. I nobili rampolli italiani a giocare coi Pokémòn. I due venivano spesso con me in barca, mi aiutavano e si divertivano pure nel farlo, i genitori che ci filmavano durante le manovre di rientro a terra.
Per tre settimane le cose continuarono ad andare in questo modo. A dispetto del sacrificio e dell’energia profusa, il popolo balneare risultava esser comunque insoddisfatto e quasi offeso per la libertà natatoria che gli veniva preclusa e alla quale non potevan avere accesso. Infatti noi potevam raccogliere le meduse in superficie, ma quelle un profondità era davvero impossibile individuarle, specialmente quelle rosse e piccoline, perché ben mimetizzate e in costante movimento, sempre in balia del perpetuo moto ondoso. Di fatto il nostro era un lavoro di facciata, se pur enorme e continuo. Ai clienti a riva, i lifeguard ripetevano costantemente di fare attenzione o di usufruire della piscina. Un giorno arrivò in spiaggia una coppia di sposi novelli, io ero appena sbarcato a terra, sudato e sconvolto per la fatica e per il caldo: la fanciulla, piovuta dal nulla, mi chiese con candore se era possibile fare il bagno, la mia risposta fu ovviamente negativa e le spiegai le ragioni. Quella, probabilmente decisa a godersi il suo viaggio di nozze per come se l’era sempre immaginato, decise di non ascoltare i miei suggerimenti, attese che io fossi distratto e per trenta miseri secondi sotto la doccia a riprendermi un attimo, e si tuffò di testa, senza occhialini, nè maschere, né precauzioni. Si prese una medusa di quelle viola e ipertentacolate proprio in faccia, nell’occhio sinistro per la precisione. Udite le grida mi tuffai e la aiutai a rientrare: fu portata via da un’ambulanza, poiché necessitava di cure a base di cortisone. La neo-sposa si rovinò così il viaggio. La clientela fu unanime nel rifilare con somma austerità la colpa al sottoscritto, di fatto non avevo raccolto quella singola medusa, in un mare che ne era zeppo e grande doveva esser la mia vergogna, per l’errore e la mancanza. Ovviamente nessuno riconobbe la superficialità della povera ragazza, nemmeno la non curanza del capo-servizio, ostinato nel voler accontentare continuamente i bagnanti, a costo di danneggiarli.
Fondamentalmente sono gli italiani ad esser lamentosi, ipocriti e viziati: gli stranieri sono decisamente più alla mano, ruvidi e sportivi. Coscienti, della realtà intorno e dello stato naturale delle cose. Russi, inglesi, tedeschi, americani,non si curano dei pericoli ma nemmeno fanno storie a riguardo, anzi si divertono nell'affrontare le sfide: si tuffano, nuotano tranquilli, se urtano una medusa rientrano a riva e si fanno medicare ridendoci sopra e poi si ricacciano subito in mare. Lontanissimi dalle tragedie e dai racconti di sofferenza in cui invece si perdono gli italiani. I lombardi, specialmente. I migliori sono risultati essere due bambini canadesi, di origine russa. Fratello di nove anni e sorella di undici, che parlavano con estrema naturalezza inglese, francese e russo. I nobili rampolli italiani a giocare coi Pokémòn. I due venivano spesso con me in barca, mi aiutavano e si divertivano pure nel farlo, i genitori che ci filmavano durante le manovre di rientro a terra.
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Le meduse sono esseri antichi, arcani, meravigliosi, popolano gli oceani da migliaia di anni, sono tra i primi ad esser apparsi sulla terra: hanno saputo resistere a sconvolgimenti climatici e territoriali, differenziarsi in un sacco di specie, adattarsi ai vari di tipi di ambienti e di chimiche. Trasparenze inquietanti, meccanismi di difesa portati ad un livello di perfezione subdola ed efficace, tranelli a volte letali. L’evoluzione che affascina, posta dinanzi agli occhi. Sono creature eleganti, osservarle con la maschera, quando sono a mezz’acqua è quanto di più rilassante e piacevole per i sensi: il loro incedere è maestoso e lento, quasi regale. Esseri semplici e essenziali. Una delle tante prove della grandezza della Natura. L’uomo abita il pianeta da un tempo relativamente breve rispetto a loro, mi chiedo da sempre che diritto può avere il supponente e arrogante essere umano, per pretendere che in acqua non vi sia traccia di meduse. Quell’essere umano che oltretutto dovrebbe ricordarsi di appartenere alla terra ferma. Sfigato.
In uno stabilimento balneare normale è sicuramente difficile individuare seguaci di tale severa concezione naturalistica–evoluzionistica, tuttavia il bagnino-medio-standard può condurre una vita più o meno tranquilla. In caso di presenza dei melliflui esseri in mare, egli segnala ai bagnanti il pericolo, issando la bandiera rossa: non può impedire alla folla accaldata di gettarsi tra i flutti, ma può servirsi del segnale per comunicare che è pericoloso, in quel dato momento, entrare in acqua. Alle richieste di spiegazioni potrà rispondere poi con calma, portando le sue argomentazioni. Al massimo può capitare che gruppetti di bambini, per divertirsi e dar sfogo alla noia e al furore represso, decidano di salire su canotti e materassini, tutti armati di retini e secchielli, agguerriti e decisi nella caccia: tali sedute di pesca, inutilmente fruttuose, porteranno poi alla formazione di cumuli gelatinosi sotterrati sotto la sabbia o posti su qualche scoglio a liquefarsi sotto i raggi di un sole impietoso, per il fetido odore che poi va a divampare inesorabile. Ammoniaca e creme basiche pronte all’uso, per curare le bruciature e i lievi contatti.
Al Beach, come è ormai noto, le cose vanno sempre diversamente: la clientela snob e altezzosa paga prezzi molto alti e quindi, nella sua ignoranza e nella sua noncuranza, pretende a prescindere. Sono soprattutto le acide vecchiette, ingobbite e contorte, a esigere che in mare non vi sia traccia di meduse. In nessun modo, né vive né morte. Nemmeno un fantasmino, un ectoplasma, un gel. In quella che è la loro ottica alta e inconfutabile, un bagnino che si rispetti deve essere in grado di prevedere e controllare i movimenti di ogni singola medusa, di quelle che stanno a galla e anche di quelle che stanno in profondità e nemmeno sono osservabili. Un lifeguard vero deve conoscere il posizionamento dei branchi, i periodi di riproduzione, le correnti, le variazioni di temperatura e di marea, deve esser costantemente aggiornato e pronto. Neanche avesse a disposizione una stazione multimediale sotto l’ombrellone e l’ausilio di un centro idro-geologico. Il bagnino-schiavo è così costretto, obbligato perlopiù da un capo servizio menefreghista e debole, a salire sulla lancia di salvataggio tutte le mattine, armato di salaio e conca, per assolvere all’accurata ronda di controllo dell’ampio specchio d’acqua in fronte allo stabilimento. E obbligatoriamente deve occuparsene il dipendente, egli mai può avvalersi dell’ausilio dei candidi rampolli delle famigliole lombarde: le untuose mamme e i papà paganti danno per scontato che i propri pargoli per nulla al mondo possano abbassarsi ad attività tanto inadeguate, vili e sporche.
Il natante dovrebbe restar posizionato sempre a riva, pronto all’utilizzo in caso di un’emergenza o di un bagnante in difficoltà: all’interno, le dotazioni standard, secondo le ordinanze della capitaneria di porto: coppia di remi per lo spostamento, coppia di salvagenti con sagole, mezzo marinaio (un gancio, praticamente) e un terzo remo, di riserva. In una spiaggia qualsiasi, un piccolo gestore verrebbe pesantemente multato se scoperto ad utilizzare la lancetta di salvataggio per scopi secondari o non consoni. Il Beach invece fa parte di una grande catena di alberghi e chissà per quali astruse ragioni non riceve mai visite né controlli da parte delle autorità competenti. L’incolumità dei clienti viene così messa continuamente a repentaglio e per la stessa soddisfazione del popolo balneare. Ma anche per l’affondamento dell’equilibrio mentale e fisico degli stressatissimi bagnini.
In uno stabilimento balneare normale è sicuramente difficile individuare seguaci di tale severa concezione naturalistica–evoluzionistica, tuttavia il bagnino-medio-standard può condurre una vita più o meno tranquilla. In caso di presenza dei melliflui esseri in mare, egli segnala ai bagnanti il pericolo, issando la bandiera rossa: non può impedire alla folla accaldata di gettarsi tra i flutti, ma può servirsi del segnale per comunicare che è pericoloso, in quel dato momento, entrare in acqua. Alle richieste di spiegazioni potrà rispondere poi con calma, portando le sue argomentazioni. Al massimo può capitare che gruppetti di bambini, per divertirsi e dar sfogo alla noia e al furore represso, decidano di salire su canotti e materassini, tutti armati di retini e secchielli, agguerriti e decisi nella caccia: tali sedute di pesca, inutilmente fruttuose, porteranno poi alla formazione di cumuli gelatinosi sotterrati sotto la sabbia o posti su qualche scoglio a liquefarsi sotto i raggi di un sole impietoso, per il fetido odore che poi va a divampare inesorabile. Ammoniaca e creme basiche pronte all’uso, per curare le bruciature e i lievi contatti.
Al Beach, come è ormai noto, le cose vanno sempre diversamente: la clientela snob e altezzosa paga prezzi molto alti e quindi, nella sua ignoranza e nella sua noncuranza, pretende a prescindere. Sono soprattutto le acide vecchiette, ingobbite e contorte, a esigere che in mare non vi sia traccia di meduse. In nessun modo, né vive né morte. Nemmeno un fantasmino, un ectoplasma, un gel. In quella che è la loro ottica alta e inconfutabile, un bagnino che si rispetti deve essere in grado di prevedere e controllare i movimenti di ogni singola medusa, di quelle che stanno a galla e anche di quelle che stanno in profondità e nemmeno sono osservabili. Un lifeguard vero deve conoscere il posizionamento dei branchi, i periodi di riproduzione, le correnti, le variazioni di temperatura e di marea, deve esser costantemente aggiornato e pronto. Neanche avesse a disposizione una stazione multimediale sotto l’ombrellone e l’ausilio di un centro idro-geologico. Il bagnino-schiavo è così costretto, obbligato perlopiù da un capo servizio menefreghista e debole, a salire sulla lancia di salvataggio tutte le mattine, armato di salaio e conca, per assolvere all’accurata ronda di controllo dell’ampio specchio d’acqua in fronte allo stabilimento. E obbligatoriamente deve occuparsene il dipendente, egli mai può avvalersi dell’ausilio dei candidi rampolli delle famigliole lombarde: le untuose mamme e i papà paganti danno per scontato che i propri pargoli per nulla al mondo possano abbassarsi ad attività tanto inadeguate, vili e sporche.
Il natante dovrebbe restar posizionato sempre a riva, pronto all’utilizzo in caso di un’emergenza o di un bagnante in difficoltà: all’interno, le dotazioni standard, secondo le ordinanze della capitaneria di porto: coppia di remi per lo spostamento, coppia di salvagenti con sagole, mezzo marinaio (un gancio, praticamente) e un terzo remo, di riserva. In una spiaggia qualsiasi, un piccolo gestore verrebbe pesantemente multato se scoperto ad utilizzare la lancetta di salvataggio per scopi secondari o non consoni. Il Beach invece fa parte di una grande catena di alberghi e chissà per quali astruse ragioni non riceve mai visite né controlli da parte delle autorità competenti. L’incolumità dei clienti viene così messa continuamente a repentaglio e per la stessa soddisfazione del popolo balneare. Ma anche per l’affondamento dell’equilibrio mentale e fisico degli stressatissimi bagnini.
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7 marzo 2008, 15:58 - Bagnini
I turni dei bagnini del Beach durano dalle dodici alle tredici ore, non sempre il tempo è scandito da un’attività frenetica, numerosi sono i momenti di calma. Durante l’ora calda l’osservazione dei bagnanti è contornata dai numerosi discorsi al riparo del salvifico ombrellone. In quei lunghi e interminabili momenti i lifeguard si confrontano, scambiano opinioni e idee tra di loro, in attesa del tramonto e del via al riordino. Mattia Palestrato è una persona dalle notevoli potenzialità economiche e dall’enorme libertà d’azione: a dispetto di questo status fortunoso (che comunque sempre ostenta), è solito palesare una discreta insoddisfazione, raccontando continuamente di progetti ed esperienze, in maniera sempre colossale e spropositata, tanto da risultare sistematicamente esagerato. La negazione dell’umiltà. Capita così che il vanitoso ragazzo costruisca ad arte dei light motive a dir poco fantasiosi, alimentandoli di giorno in giorno con dettagli e particolari sempre nuovi. Una volta conosciuto il personaggio in questione, questi aneddoti all’inizio si rivelano quasi divertenti, ma fastidiosi alla lunga: quello è talmente orgoglioso da non accorgersi nemmeno di arrivare a varcare il limite, nemmeno ammette di poter non esser creduto. In sei stagioni Mattia ha narrato veramente qualsiasi cosa, ben al di là dell’immaginabile.Ad esempio di voler entrare a far parte della legione straniera. Una volta raccontò di esser andato a prendere i moduli all’ambasciata francese e di aver chiesto informazioni, per sua stessa ammissione esaltato dai film visti sull’argomento in quel periodo. In effetti successivamente entrò in ferma breve nell’esercito, peraltro quando il servizio di leva già era stato tolto: dopo due soli mesi il padre, ex ufficiale, lo fece trasferire in un ufficio a pochi chilometri da casa; ciononostante resistette solamente altre dieci settimane, dopo di che lasciò le armi. Fu assai modesto quando si perse, per giorni e giorni, nello sfumare l’intenzione di suo padre di voler costruire, per la famiglia, una villa in Brasile, sulla spiaggia bianca, a pochi passi dal mare, sottolineando con cura il costo veramente basso dell’ipotetica operazione. Il papà avrebbe proposto al figlio di andare a vivere di rendita, al termine della costruzione, in quel paradiso, ma Mattia avrebbe rifiutato, perché troppo legato alla sua attività di bagnino schiavo. Epico il periodo dell’apoteosi ginnica, quando il rampollo si allenava e si dopava tantissimo ponendo nel mirino le insulse gare di body building: le serate trascorse in palestra erano allora saggi di sacrificio autentico, ove i magnifici eroi gonfiati si impasticciavano di brutto pompando senza fatica e fieri trascorrevano poi ore nel rimirarsi allo specchio. Sterminata la miriade di racconti a carattere sessuale, perlopiù inerenti le corna montate alla fidanzata di turno. Una serie di oscenità pazzesche, che non a caso gli valsero questo soprannome: “il Pacciani dei sentimenti”.
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6 marzo 2008, 16:59 - Personaggi
Il Trasandato è un individuo sulla cinquantina, per nulla attento all’estetica. La camicia sgualcita e stropicciata, per lo più sporca di giorni e giorni e sudata. La forfora sulle spalle. Il costume griffato Ferrè, sempre lo stesso da anni e anni, macchiato in più punti, probabilmente mai lavato. Gli zoccoli in legno, la fibbia arrugginita. La sua macchina, solitamente parcheggiata sul marciapiede, cade letteralmente a pezzi: lo specchietto è rotto, la targa piegata, righe e bozzi su ogni lato della carrozzeria, i paraurti in frantumi. Una bolla pericolosissima sulla gomma anteriore destra, roba che a girare per le strade in quelle condizioni lo pneumatico può esplodere da un momento all’altro. Disordine totale all’interno dell’abitacolo, cartacce, fogli, oggetti vari.A dispetto di questa sordida apparenza, il Trasandato è l’unico vero Signore della spiaggia. Egli è conosciuto da tutti gli imprenditorini e da tutte le famigliole, è un personaggio apprezzato, stimato, rispettato. Abile nuotatore, sempre è cordiale con noi bagnini, pronto al dialogo, comprensivo e attento alle sfumature tanto lavorative quanto umane. Si fa dare del tu e spesso nei pomeriggi assolati si presenta portandoci in regalo bevande ghiacciate e quantità industriali di focaccia. Unico in tutto lo stabilimento.
Per quella che può essere un’analisi di superficie, al Trasandato, detto in parole povere, nessuno oserebbe dare più di cinque lire. Eppure nei taschini dei suoi vestiti sdruciti, sono situati oggetti di valore, di volta in volta diversi, collier, pietre preziose, braccialetti, orologi. Una volta nel marsupio, addirittura teneva nascosto un lingotto d’oro. Ad un ladro o ladruncolo qualsiasi, mai verrebbe in mente di derubare un elemento del genere. Nessuno ha mai compreso del tutto la vera natura del suo business, in verità si ritiene che sia assai contorta. Di fatto i ricchi frequentatori del Beach comprano da lui a bassissimo costo e poi se ne vanno in giro la sera ostentando in passeggiata gioielli e luccichii vari. Questa è la vera signorilità a cinque stelle, che noi comuni mortali ammiriamo invidiosi e tristi.
Il Trasandato si piazza spesso vicino la nostra postazione e con noi chiacchiera e commenta gli ospiti, le scenette e le situazioni, collabora attivamente, sempre ci tiene aggiornati riguardo le ultime sul gossip dell’Ombrellone. A pieno titolo è membro onorario della squadra. Un giorno si presentò in piscina una ragazza molto appariscente, troppo appariscente in effetti. I tratti del viso erano inusuali, non eravamo convinti. Quando quella si piazzò sul suo lettino, il fedele Trasandato andò a controllare la situazione da vicino, passando lì davanti e osservando di sbieco: fece il giro e poi tornò indietro. Con espressione esausta ci comunicò poi che quella fanciulla era in realtà un lui.
Un’altra volta ancora arrivò con una tizia assurda, iper-truccata e dal fare iper-provocante, trecce bionde, scollatura, minigonna, calze colorate e tacchi a spillo. Era chiaro che doveva esser una di quelle. Lui ci ce ne diede conferma guardandoci fiero e mettendosi a ridere. Con una naturalezza disarmante la portò prima al bar e poi al ristorante, rendendo palese ciò che tanti altri personaggi, di solito, tentano di simulare e coprire. Provò addirittura a presentarla a Mattia Palestrato, quello esitò sulle prime, poi declinò la proposta, non del tutto certo della giustezza della scelta operata.
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Non tutti i clienti del Beach sono persone scorbutiche, inumane ed incivili. Una coppia Genovese, lui primario o giù di li e lei pure dottoressa, con il sottoscritto si è sempre dimostrata cortese, affabile e alla mano, una rarità comportamentale di livello assoluto in quell’ambientaccio. Marito e moglie, abitano tuttora nel condominio posto in fronte allo stabilimento e durante la stagione usufruiscono dell’accesso agli scogli, a cui ovviamente, come tutti, han diritto. Spesso noi bagnini li incrociavamo la sera prima di andare via, quando scendevamo alla terrazza a livello del mare per levare le pesantissime scalette al fine di metterle al riparo da possibili e perlopiù improbabili mareggiate notturne. Una faticaccia sempre inutile.
I due, dotati di uno spiccato accento Ligure, con noi son sempre stati disponibili a fare un minimo di dialogo. La prima volta che mi videro mi chiesero se ero nuovo, cosa facevo nella vita: mi fece davvero piacere riuscire a scorgere uno sprazzo di rapporto umano in quel luogo snob, altezzoso e finto: si trattava di una comunicazione molto di base, ma quei brevi scambi costituivano per me una vera e propria boccata d’ossigeno. Fin da subito mi presero in simpatia, forse colpiti dalla mia doppia vita di allora, universitario aspirante farmacista in inverno e bagnino sociopatico schiavizzato in estate. Era bello per me riconoscere un vago apprezzamento per quello che era il mio spirito di sacrificio di allora, veder riconosciuti i miei sforzi mi dava energia.
Una volta imprestai loro una maschera di quelle facenti parte dell’enorme mucchio degli oggetti smarriti, la utilizzarono per una settimana e quando me la restituirono mi regalarono una bottiglia di spumante, per sdebitarsi del gesto. Rimasi stupefatto. In compenso, la Cavallerizza, elemento di cui già ho parlato in un vecchio post, durante quei giorni riconobbe proprio quella maschera come sua e una bella mattina si mise a urlare accusando prima me e poi loro di avergliela rubata. L’episodio non ebbe seguito perché nessuno degnò di considerazione le invettive di quella pazza isterica.
Un pomeriggio la Moglie Dottoressa mi chiamò con ampi gesti: pensando che fosse successo qualcosa, rapidamente la raggiunsi agli scogli e quella invece mi presentò sua figlia: era una ragazza molto bella, dai capelli biondi e gli occhi verdi. Mi introdusse a lei con un’ampia premessa, io ero abbastanza imbarazzato, non mi aspettavo una cosa del genere, con molta naturalezza le raccontò di me dinanzi i miei stessi occhi. La fanciulla mi strinse la mano ma non si mostrò molto comunicativa. Sarà stata colpa del mio aspetto sudaticcio, stanco e trasandato ma quella non proferì parola. Dopo qualche minuto salutai e tornai al lavoro, totalmente galvanizzato da quel siparietto.
Quando incrociai la ragazza nelle giornate successive, quella purtroppo non mostrò l’interesse che forse la madre auspicava, dei velocissimi "ciao" e nulla di più. Fuggiva sempre. Tempo dopo sua mamma fu molto chiara nel dirmi: “Alessio scusami per l’altra volta, immagino di averti colto alla sprovvista…avevo pensato di presentarti mia figlia…io ci ho provato ma…”
Le risposi che è normale che le opinioni delle madri e delle figlie siano sempre opposte. Quella scoppiò in una bella risata. A onor del vero l’estate scorsa ho visto la biondina insieme ad un milanesino fichetto con l’erre moscia e il ciuffo ingellato. Ho capito allora di non essermi perso proprio nulla.
Non lavorerò più al Beach, ma spero un giorno di poter andare dalla coppia di medici a dar loro notizia di esser riuscito a finire la dannata università. Ci riuscirò?
I due, dotati di uno spiccato accento Ligure, con noi son sempre stati disponibili a fare un minimo di dialogo. La prima volta che mi videro mi chiesero se ero nuovo, cosa facevo nella vita: mi fece davvero piacere riuscire a scorgere uno sprazzo di rapporto umano in quel luogo snob, altezzoso e finto: si trattava di una comunicazione molto di base, ma quei brevi scambi costituivano per me una vera e propria boccata d’ossigeno. Fin da subito mi presero in simpatia, forse colpiti dalla mia doppia vita di allora, universitario aspirante farmacista in inverno e bagnino sociopatico schiavizzato in estate. Era bello per me riconoscere un vago apprezzamento per quello che era il mio spirito di sacrificio di allora, veder riconosciuti i miei sforzi mi dava energia.
Una volta imprestai loro una maschera di quelle facenti parte dell’enorme mucchio degli oggetti smarriti, la utilizzarono per una settimana e quando me la restituirono mi regalarono una bottiglia di spumante, per sdebitarsi del gesto. Rimasi stupefatto. In compenso, la Cavallerizza, elemento di cui già ho parlato in un vecchio post, durante quei giorni riconobbe proprio quella maschera come sua e una bella mattina si mise a urlare accusando prima me e poi loro di avergliela rubata. L’episodio non ebbe seguito perché nessuno degnò di considerazione le invettive di quella pazza isterica.
Un pomeriggio la Moglie Dottoressa mi chiamò con ampi gesti: pensando che fosse successo qualcosa, rapidamente la raggiunsi agli scogli e quella invece mi presentò sua figlia: era una ragazza molto bella, dai capelli biondi e gli occhi verdi. Mi introdusse a lei con un’ampia premessa, io ero abbastanza imbarazzato, non mi aspettavo una cosa del genere, con molta naturalezza le raccontò di me dinanzi i miei stessi occhi. La fanciulla mi strinse la mano ma non si mostrò molto comunicativa. Sarà stata colpa del mio aspetto sudaticcio, stanco e trasandato ma quella non proferì parola. Dopo qualche minuto salutai e tornai al lavoro, totalmente galvanizzato da quel siparietto.
Quando incrociai la ragazza nelle giornate successive, quella purtroppo non mostrò l’interesse che forse la madre auspicava, dei velocissimi "ciao" e nulla di più. Fuggiva sempre. Tempo dopo sua mamma fu molto chiara nel dirmi: “Alessio scusami per l’altra volta, immagino di averti colto alla sprovvista…avevo pensato di presentarti mia figlia…io ci ho provato ma…”
Le risposi che è normale che le opinioni delle madri e delle figlie siano sempre opposte. Quella scoppiò in una bella risata. A onor del vero l’estate scorsa ho visto la biondina insieme ad un milanesino fichetto con l’erre moscia e il ciuffo ingellato. Ho capito allora di non essermi perso proprio nulla.
Non lavorerò più al Beach, ma spero un giorno di poter andare dalla coppia di medici a dar loro notizia di esser riuscito a finire la dannata università. Ci riuscirò?
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29 febbraio 2008, 15:17 - Scenette
Estate 2004. Un pomeriggio arrivò in spiaggia una famigliola Olandese, madre, padre e figlia diciottenne. La loro carnagione era davvero chiara, dopo poche ore al sole già erano visibilmente scottati. Il papà, alto e fisicamente robusto, aveva un aspetto autoritario e un’espressione severa, osservava quasi ossessionato i movimenti della fanciulla. Quella, rossa di capelli, molto carina e all’apparenza vispa e ribelle, sulle prime non rimase un solo momento ferma, iniziò a gironzolare per lo stabilimento, guardandosi intorno con aria curiosa e occhio languido, per poi alternare sequenze di tuffi in piscina a brevi puccetti in mare. La mamma era molto elegante, era scesa dall’albergo avvolta nel suo accappatoio bianco iper-soffice; inforcati i suoi occhiali firmati e rimasta in costume, si piazzò sul suo lettino e iniziò quindi ad accarezzarsi la chioma fluente e lucente, desiderosa di essere ammirata, del tutto disinteressata al resto.Ste detto l’Orso tra i bagnini è sempre stato il più lesto nel riconoscere le opportunità di conquista e nell’agire: anche quel giorno non a caso si era posizionato proprio in piscina, inarcato nella sua tipica posa da lifeguard eroico. Lui e la sedicenne rossa di capelli iniziarono quasi subito a scambiarsi rapide occhiate, quella fitta rete di segnali cerbiattosi preludio di un inevitabile avvicinamento. La madre era ormai immobile e ronfante sulla sdraio, il padre ancora controllava intorno, sospettoso. L’esimio collega ovviamente non osava fare il primo passo, la presenza del genitore a pochi metri incombeva funesta e terribile. Fu l’Olandesina a un certo punto a dirigersi veloce verso la terrazza a livello del mare: nel mentre fece un impercettibile cenno all’Orso. Quest’ultimo, mostrando un finto disinteresse attese qualche minuto, poi tutto contento e sorridente la raggiunse. Seduti sui gradini, al riparo di sguardi indagatori, chiacchierarono un poco e fecero conoscenza. Fu subito passione, Cupido inesorabile aveva scagliato i suoi dardi e infatti ci scappò il bacio.
Dopo un po’, forse intuendo le reazioni del papà, la fanciulla risalì in piscina: quello già si era alzato in piedi, innervosito e cupo. Quando la vide arrivare, ignaro di quanto accaduto si riaccomodò. Passato qualche minuto, tranquillizzatosi, entrò al bar per prendersi una birra: la ragazza colse l’attimo, fulminea corse da Ste e lo trascinò nei bagni. Ma quel luogo era troppo rischioso e pericoloso, perché frequentato dai clienti e dalle vecchiette, lui così la condusse nel sottopiscina interno, antro tranquillo e raramente visitato, il cui accesso è riservato solo al personale. Lì, tra ombrelloni ammassati, materassini sgonfi e altro materiale inutilizzato, i due lasciarono fluire l’energia e il calore.
Quando il padre tornò ai suoi lettini con la beck’s in mano, si rese conto di non avere più la figlia nel proprio campo visivo: la sua espressione si fece stizzita. Si sgolò la bottiglietta e come un vichingo iracondo, iniziò a girare per le terrazze, cercando dietro ogni angolo, sempre più nervoso. Io che cercavo di non ridere, Fabio Mao che osservava la scena allibito. Mattia Palestrato, captato il pericolo, scese nel sottopiscina per avvertire i due imboscati di quanto stava avvenendo. Spalancò le porte del vano gridando un internazionalissimo “Tranqui-tranqui aimmm affriend” e vide i due su una sdraio che si stavano scambiando calde effusioni. Nel ritrovarsi a pochi metri un elemento del genere e in quella situazione, la ragazza deve essersi anche presa paura. Aggiornata sulla situazione quella comunque si ricompose, si buttò sotto la doccia e ritornò in superficie, candida e serena spiegò poi al padre che era semplicemente andata a farsi una nuotata.
Il vichingo a quel punto si tranquillizzò. Forse per via dell’effetto sinergico di alcol, ansia e afa, finalmente si addormentò sulla sdraio. Per i due loschi amanti la via era finalmente libera, tornarono nel sottopiscina e li fecero tutto quello che dovevano fare. La famigliola si fermò in albergo una sola notte: da bravo maschio caparbio e ruvido, l’Orso non lasciò alla fanciulla né numero di telefono, né e-mail. La mattina successiva però, prima della partenza, lei scese a salutarlo, tutta commossa e imbarazzata. I genitori erano a fare colazione ovviamente, lontani. Ste allora si lasciò andare e mostrò la sua vera natura, quella delicata, sensibile e romantica. Si scambiarono un ultimo bacio davanti a tutti e con gli occhi lucidi si salutarono.
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27 febbraio 2008, 13:24 - Personaggi
Il Nazi è uno dei clienti più curiosi del Beach. Rasato a zero, la pelata lucida e splendente, ben messo fisicamente, abbastanza grosso. Sempre abbronzato e vestito alla moda, sulla quarantina. Accento romano. Veniva al Beach ogni week end, telefonava al Principe dei mostri una mezz’ora prima di arrivare e quello gli teneva di volta in volta quattro sdraio in prima fila in terrazza, posizione comoda e privilegiata; il Nazi era solito presentarsi in compagnia di tre modelle, ogni volta diverse, praticamente alternava le tipologie: due more e una bionda, due bionde e una rossa, una mora una bionda una rossa, e così via. Una delle bionde era più o meno fissa, secondo i più si trattava della moglie e a onor del vero si trattava davvero di una bella ragazza.Il Nazi mostrava sulla sua pelle sempre abbronzata, due tatuaggi molto vistosi: uno sul torace, raffigurante l’insegna con l’aquila romana, l’altro tra le scapole, due S messe in sequenza, proprio quelle, esatto, quelle tristemente celebri. Al di là del cattivo gusto, paradossalmente era uno dei pochi personaggi vagamente educati: con noi bagnini è sempre stato normalmente cordiale, in particolare Mattia Palestrato amava interloquire con lui di storie di esercito simulato e finta guerriglia. Personalmente, non lo consideravo. Nell’ambiente non risaltava più di tanto: si piazzava sul suo lettino, inforcava i suoi ray-ban d’ordinanza e stretto nei suoi costumini dolce&gabbana iper-attillati, si immergeva per ore e ore nella lettura della gazzetta dello sport, ignorando del tutto le bellissime fanciulle che si portava appresso. Non rivolgeva loro nemmeno uno sguardo. Nemmeno una parola. Burbero e autoritario.
Numerose son state le famiglie che sempre si son mostrate pronte e agguerrite nella critica al dipendente, attente alla piccolezze, alle sfumature, ai dettagli, pronte all’attacco anche personale nei confronti della persona che lavora, addirittura scrupolose nell’osservazione; mai si è visto un singolo cliente che si sia permesso anche solo di commentare quei simboli che il Nazi portava impressi sul proprio corpo: il popolo balneare difende a prescindere, il proprio stato elitario e di impunità, a costo di acquisire tra le proprie fila elementi quantomeno criticabili. E non penso si tratti di consapevolezza di quella libertà ideologica di cui ognuno deve sicuramente poter disporre, è ipocrisia bella e buona, se non debolezza, a dispetto di quella posizione sociale, che evidentemente non sottintende né autorevolezza, né saggezza, né oggettività.
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25 febbraio 2008, 10:00 - Personaggi
Cliente abitudinario del Beach e dell’Hotel è un personaggio sui cinquantacinque che sempre si atteggia a novello Briatore, la chioma folta e argentata media lunghezza, il ciuffo ribelle sempre in bella mostra, la camicia slacciata col pelo in evidenza, la pelle abbronzata. Un insieme davvero brutto a vedersi. La camminata spavalda, i toni e i gesti quasi recitati, palesemente studiati con attenzione, valutati e pesati. Un’aura di falsità intorno che si percepisce tanto è densa. Lombardo, ostenta un’eleganza innaturale, una classe e una finezza nei modi in realtà del tutto assenti, l’accento fastidioso e marcato. Si accompagna sempre ad una trentacinquenne bionda della Rea Palus, una ragazza dal fare provocante, che lui spesso si trascina dietro quando si reca in beauty farm a rilassarsi. E spesso i due sono stati beccati in atteggiamenti molto più che equivoci, sui lettini per i massaggi, nella palestra, nella piscina interna. Di lui si narra che abbia avuto numerossissime donne, quasi tutte a pagamento. Si aggira per i corridoi dell’albergo in inverno, e tra i lettini dei del Beach in estate, con fare tronfio, altezzoso, lo sguardo e l’atteggiamento di colui che può giudicare chiunque, neanche si trattasse di Zeus incarnato. Si tratta di uno di quegli elementi che pur non avendo titoli, né meriti, né storia, né posizione sociale, pretende a prescindere dalle persone che gli stanno intorno, non curandosi mai del proprio comportamento. Il Briatore dei poveri resta sistematicamente scioccato quando realizza che nessuno mai gli concede uno sconto, cosa che eppure lui sempre richiede e gran voce, battendo i pugni, come del resto la signorilità impone. Addirittura si offende pesantemente quando alla Reception, i portieri gli richiedono i documenti di quella che lui chiama “la sua compagna”, per l’ovvia registrazione, si tratta di una formalità normale, che egli rifiuta perché a suo giudizio inappropriata. Non a caso nella sua scheda personale c’è scritto e a caratteri cubitali che si tratta di un ospite tanto indesiderato quanto indesiderabile.
Ogni sua singola frase è una sottolineatura di quella che lui presume essere l’inferiorità altrui. Sempre è pronto alla critica feroce nei confronti del dipendente dei ranghi medio-bassi; noi bagnini non l’abbiam mai considerato più di tanto, l’abbiam sempre ignorato, perché uomo a nostro unanime giudizio, insignificante oltre che maleducato. Quello deve aver sempre percepito e patito la nostra mancanza di considerazione: nei discorsi a bassa voce scambiati di nascosto col popolo balneare, snob quanto lui, sempre ci ha attaccati, sempre ci ha additati come impiegati svogliati e poco professionali. Anche quando l’evidenza diceva il contrario, sempre lo si vedeva spettegolare con le vecchiette e le mamme annoiate, attento a non farsi scoprire, accorto e sistematico nel non dire mai nulla in faccia. Briatore dei poveri è uno di quegli elementi vuoti che non può fare a meno di frequentare determinati ambienti, perché legato alla necessità di far vedere, e a tutti i costi, di appartenere ad una data elite, egli dipende unicamente da quel tipo di vana consapevolezza, tutta apparenza, nessuna sostanza. La pura mancanza di oggettività, l’insoddisfazione autentica e mai riconosciuta, la disonestà.
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In una spiaggia normale, il bagnino medio standard gode di una vita più o meno tranquilla, egli viene rispettato e tenuto in considerazione da clienti e capi, è una figura di riferimento e come tale viene trattata, giorno per giorno. Senza esagerare, di tanto in tanto il guardaspiaggia qualunque può approfittare dell’eventuale bar dello stabilimento, per una bibita ghiacciata, per un toast o per un caffè. Senza particolari problematiche o sensi di colpa. Può concedersi quelle piccole soddisfazioni nel momento del bisogno, per lavorare meglio, per poter essere sempre al top.
Al Beach invece il bagnino schiavo è sottoposto ad una rigida etichetta e mai può usufruire delle immense risorse di quella che eppure è una ricchissima catena di hotel di lusso, catena dal profitto annuale di milioni e milioni di euro. I ricchi clienti mai offrono alcunché a quei ragazzi che eppure restano ore e ore sotto il sole. L’idea non passa loro neanche per la mente. La dimensione umana è lontanissima.
L’albergo ci passa delle bottiglie d’acqua che teniamo in un vano chiamato sottopiscina esterno. Si tratta di un’acqua di fonte dal nome ridondante, acqua che però è pesante, spessa e altamente mineralizzata. Non è buona. Ma si tratta di un elisir comunque prezioso, caldo e fatica impongono il continuo recupero dei liquidi corporei. All’ora di pranzo possiamo usufruire della mensa del personale dell’albergo, ove i pasti sono sempre sostanziosi e per nulla adatti all’attività di un lifeguard. Per quei sontuosi gozzovigli, l’azienda decurta a ciascun sottoposto venti euro mensili dalla busta paga, quindi si tratta di neanche un euro per pasto. Considerando che su tale cifra l’albergo ha un netto margine di guadagno, mi chiedo quanto bassa possa esser la qualità dei prodotti dati ai dipendenti. Di solito io non andavo mai a mensa, mi portavo qualcosa da casa e mangiavo seduto comodamente nella mia cabina, all’ombra ristoratrice, senza vedere nessuno per una trentina di minuti. In quegli attimi di solitudine ritrovavo equilibrio e riallineavo le mie percezioni.
Una mattina il Barman della piscina fece l'errore della vita, errore che pagò a caro prezzo: fece portare un freezer nel nostro sottopiscina e in esso piazzò, bello tranquillo, una decina di cartoni: all’interno la riserva mensile dei gelati: cornetti, cremini, coppette e quant’altro. Fu Ste l’Orso ad accorgersene per primo, mi comunicò l’importante scoperta. Decidemmo di non parlare ai colleghi del segreto, altrimenti i gelati sarebbero spariti tutti e nel giro di pochi giorni. In due, comunque, ci difendemmo bene: in dieci giorni spazzolammo ben tre cartoni di gelati.
Dopo due settimane il Barman scese nel vano per prendere quei gelati, aveva finito la sua scorta e necessitava quindi di quelli che aveva messo da parte. Io e Ste ci scambiammo una rapida occhiata: “Ahia…” Quando uscì ci guardò sorridendo, disse solo che almeno avremmo potuto far la fatica di buttare via la scatole vuote.
Al Beach invece il bagnino schiavo è sottoposto ad una rigida etichetta e mai può usufruire delle immense risorse di quella che eppure è una ricchissima catena di hotel di lusso, catena dal profitto annuale di milioni e milioni di euro. I ricchi clienti mai offrono alcunché a quei ragazzi che eppure restano ore e ore sotto il sole. L’idea non passa loro neanche per la mente. La dimensione umana è lontanissima.
L’albergo ci passa delle bottiglie d’acqua che teniamo in un vano chiamato sottopiscina esterno. Si tratta di un’acqua di fonte dal nome ridondante, acqua che però è pesante, spessa e altamente mineralizzata. Non è buona. Ma si tratta di un elisir comunque prezioso, caldo e fatica impongono il continuo recupero dei liquidi corporei. All’ora di pranzo possiamo usufruire della mensa del personale dell’albergo, ove i pasti sono sempre sostanziosi e per nulla adatti all’attività di un lifeguard. Per quei sontuosi gozzovigli, l’azienda decurta a ciascun sottoposto venti euro mensili dalla busta paga, quindi si tratta di neanche un euro per pasto. Considerando che su tale cifra l’albergo ha un netto margine di guadagno, mi chiedo quanto bassa possa esser la qualità dei prodotti dati ai dipendenti. Di solito io non andavo mai a mensa, mi portavo qualcosa da casa e mangiavo seduto comodamente nella mia cabina, all’ombra ristoratrice, senza vedere nessuno per una trentina di minuti. In quegli attimi di solitudine ritrovavo equilibrio e riallineavo le mie percezioni.
Una mattina il Barman della piscina fece l'errore della vita, errore che pagò a caro prezzo: fece portare un freezer nel nostro sottopiscina e in esso piazzò, bello tranquillo, una decina di cartoni: all’interno la riserva mensile dei gelati: cornetti, cremini, coppette e quant’altro. Fu Ste l’Orso ad accorgersene per primo, mi comunicò l’importante scoperta. Decidemmo di non parlare ai colleghi del segreto, altrimenti i gelati sarebbero spariti tutti e nel giro di pochi giorni. In due, comunque, ci difendemmo bene: in dieci giorni spazzolammo ben tre cartoni di gelati.
Dopo due settimane il Barman scese nel vano per prendere quei gelati, aveva finito la sua scorta e necessitava quindi di quelli che aveva messo da parte. Io e Ste ci scambiammo una rapida occhiata: “Ahia…” Quando uscì ci guardò sorridendo, disse solo che almeno avremmo potuto far la fatica di buttare via la scatole vuote.
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15 febbraio 2008, 01:58 - Bagnini
Nucleo era il tipico bagnino spontaneo, un tipo molto semplice nei modi che in un ambiente plasticoso come un cinque stelle risultava esser un po’ troppo naturale, forse anche un po’ rozzo. Il soprannome gli derivava dall’impressionante somiglianza che aveva col “Nucleo” della fortunata coppia “Capsula e Nucleo”. Come il comico di Zelig, era caratterizzato da una folta chioma nera e riccioluta, barba lunga e baffetti. Una specie di pirata metropolitano. Era un armadio, uno sportivo sempre tonico ed attivo, amante dell’azione e del movimento. Era davvero poco attento alle piccolezze e ai dettagli, mal sopportava di doversi inquadrare nei canoni comportamentali propri di quello stabilimento: si prese una clamorosa dose di insulti da Carletto il giorno in cui un signore gli chiese un portacenere e lui gli rispose di spegnere la sigaretta in terra, sotto il lettino.Fece peggio quando fu mandato per la prima volta a retinare la spazzatura in mare, con la barca. Si lanciò tra le onde e si posizionò a prua, in piedi col suo salaio in mano. Passarono i minuti e non si rese però conto di essersi scordato il tappo. Il tappo della barca. Man mano il profilo del natante si fece più esile, lui si spostava con fatica tra i flutti, con lentezza sempre crescente. Gli gridammo di rientrare ma lui preferì restare dove era. Quando la barca fu del tutto sommersa, ritornò a riva a nuoto trascinando dietro di se il relitto con una corda, seminando sul suo tragitto i pochi rifiuti raccolti. Per fortuna i clienti non si accorsero di nulla. Quel pomeriggio le acide vecchiette erano tutte impegnate nelle finali del torneo di bridge, avvenimento per loro fondamentale e di assoluta importanza.
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14 febbraio 2008, 16:55 - Scenette
Durante la stagione balneare, nelle spiagge è proibito l’accesso ai cani e agli animali in genere, esiste una severa ordinanza delle capitanerie di Porto a riguardo. Nessuna bestiola può accedere. Tanto più in un cinque stelle, ove l’etichetta è rigidissima. Chi trasgredisce, rischia una multa molto pesante in caso di un eventuale controllo o di segnalazioni. Esistono in compenso stabilimenti attrezzati ove chiunque può portare in tranquillità i propri amici a quattro zampe.Un pomeriggio si presentò al Beach un tizio Italo-Svizzero proveniente dall’albergo, sui sessanta, tutto incamiciato ed dall’aria vagamente ottocentesca, al guinzaglio teneva un piccolo barboncino bianco, di quelli zampettanti iper pettinati-cotonati e curati con tutti i ciuffetti e le rifiniture: il padrone praticamente era molto simile alla bestiola, aveva infatti dei simpatici baffetti bianchi e pure la chioma riccioluta era candida e espansa come quella del cagnolino, erano uguali uguali insomma. Lui si piazzò su un lettino bello tranquillo e lasciò l’indifesa bestiola libera di scorazzare per le terrazze. Alla vista dell’animale e della non curanza del padrone, subito il principe dei mostri divenne paonazzo, iniziò ad agitarsi e a cristare, la pressione a mille. Dissi al mio capo di tranquillizzarsi, che ci avrei pensato io. Con risolutezza e calma mi avvicinai al lettino dell’ignaro cliente.
Ale formal version: “Scusi…la disturbo un attimo…mi dispiace ma i cani non possono stare in spiaggia, esiste una severa ordinanza della capitaneria di porto a riguardo, dovrebbe portare via il suo animale subito, ecco è importante...”
Svizzero sorridente: “Zizi ho capiiito yaya atezzo faccio yaaa no preoccupareee ya…”
Ale formal version : “La ringrazio… ci fa una cortesia davvero…”
Svizzero sorridente: “Yaaaaya.”
E quello si risdraiò quindi al sole tutto gioioso. Non si mosse di un millimetro. Passarono dieci minuti e niente. Quello sempre immobile e gaudente, nessun segno di reazione. Messaggio non recepito. Il cane sempre in giro. Carletto vicino ormai all’infarto. Mi riattivai.
Ale formal version: “La disturbo di nuovo…è che dovrebbe portare via il suo animale subito…adesso…ora…ecco, non può lasciarlo libero per la spiaggia è vietato capisce-vie-ta-to…chiedo scusa ma è anche una questione di educazione verso gli altri ospiti…purtroppo non tutti gradiscono…può sembrare strano lo so, anche io adoro i cani!”
Svizzero sorridente: “Yaya atesso faccio ya mi scuzi ya le ha racione yaya capito io ya…”
Placido e rilassato si riaccomodò ancora, niente di niente. A me veniva da ridere, mi guardai intorno perplesso. Fu allora che il capo si mosse: tutta quella tensione accumulata proruppe in una serie di insulti in verità neanche troppo pesanti, le vene che pulsavano sulla sua fronte e sul suo collo, gesti sconnessi, fiatone. L’Italo Svizzero come scioccato dinanzi tanta violenza e tanta volgarità, lo sguardo offesissimo e la mimica di una persona sconcertata. Recuperò il suo barboncino e rientrò in hotel bofonchiando tra se e se.
Una signora inglese che aveva assistito a tutto l’episodio dalla propria sdraio fece quindi per chiamarmi con piccoli gesti. Era tutta tremante, l’espressione schifata e altera.
English madame: “I saw everything…that was so…so…sad!!! I really hate thoose …rats…like mouses…do you know what I mean? Ouhhhh…”
Ale formal version: “I know madame, you’re right…”
English madame: “Ohh don’t worry dear, it’s not your fault…”
Ale formal version: “...Ahm...yes madame,thank you…”
Che poi a me i cani piacciono un casino.
I cani ho detto. Non i padroni.
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13 febbraio 2008, 00:25 - Vips
L’Emanuela si era presentata al Beach una mattina in cui il tempo era davvero pessimo. Cielo cupo e grigio,mare molto mosso, vento teso e freddo. In quello stabilimento completamente deserto, si piazzò sui lettini della “Vip lounge” insieme al suo compagno, i due si avvolsero negli asciugamani e rimasero nella terrazza loro riservata un’oretta a leggere e a rilassarsi.Quando il tempo è brutto, il ristorante della spiaggia resta chiuso e gli ospiti posson però accedere a quello dell’albergo che è coperto e riparato da folate di vento e schizzi: la presentatrice di rete quattro, aveva preteso invece di farsi aprire il locale del Beach soltanto per lei, voleva a tutti i costi poter pranzare al suono delle onde che si infrangevano sugli scogli, a costo di patire il gelo e di far smobilitare parecchi dipendenti. La accontentarono poiché ovviamente chi dirige è mediocre e sempre si inzerbinisce dinanzi l’arroganza di determinati elementi e mai si fa valere.
In compenso durante il pasto, il maitre Siciliano non mollò la coppietta un attimo, rovinò loro, giustamente, quel pranzo. Si incollò al loro tavolo, restò in piedi, di lato, a raccontar loro qualsiasi cosa gli passasse per la testa, fece un pressing asfissiante, a voce alta, caparbio, imperturbabile. Non lasciò loro nemmeno un attimo di respiro. Li affossò sulle loro sedie, quelli a deglutire con lo sguardo basso e lo stomaco in tumulto. Alla fine la coppia ritornò indispettita ai lettini.
Nel pomeriggio uscì il sole e l’Emanuela si mise in costume. Noi bagnini non avevam avuto nulla da fare in quelle ore, gironzolavamo a far lavoretti, pigri e annoiati, con le felpe indosso. Il giorno dopo l’Emanuela si lamentò di noi col direttore, a suo dire eravam rimasti tutto il tempo a fissare le sue tette rifatte dalla balaustra.
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